LA COLONIZZAZIONE DELL’AFRICA (PARTE 4): il Sudafrica

Introduzione

Il Sudafrica, come buona parte dell’Africa Meridionale, si trova a una latitudine che gli dona un clima simile a quello europeo e mediterraneo.

Qui la colonizzazione si è espressa in termini abbastanza diversi dal resto dell’Africa.

 

I primi abitanti dell’Africa Meridionale furono i Boscimani, cacciatori, e gli Ottentotti, allevatori.

Tra il Cinquecento e il Seicento la migrazione dei popoli di lingua bantu (di cui abbiamo parlato qui: https://stefanotartaglino.it/africa-da-riscoprire-lafrica-dal-cinquecento-allottocento-parte-8-di-8 ) provenienti da nord spinse i Boscimani nel deserto del Kalahari. Qui si trovano tuttora, perfettamente adattati alla vita in questo luogo terribile. Ma a causa delle persecuzioni subite, da parte di altri popoli africani non meno che degli Europei, sono ormai ridotti a pochi individui, e probabilmente si estingueranno presto.

Gli Ottentotti invece si diressero verso il Capo di Buona Speranza, mescolandosi ai popoli bantu in arrivo da nord.

 

Tra i nuovi arrivati ricordiamo gli Swazi, che avrebbero dato origine al moderno Swaziland (una minuscola enclave all’interno dell’enorme Sudafrica), e gli Zulu, destinati a un grande futuro.

 

 

I coloni olandesi

A metà del Seicento il naufragio di una loro nave nella zona del Capo di Buona Speranza convinse gli Olandesi della necessità di stabilirvi uno scalo sulla rotta delle Indie.

I contadini lì insediatisi non riuscirono però ad avviare una produzione agricola sufficiente al proprio sostentamento. Inoltre gli Ottentotti rifiutavano di vendere loro del bestiame.

Vennero così inviati dei coloni, ai quali la Compagnia Olandese delle Indie Orientali assegnò delle terre.

Poco tempo dopo però i coloni scelsero di andarsene, e di cercare miglior fortuna verso nord. Erano principalmente contadini, e sarebbero divenuti noti con il nome di BOERI (dall’olandese boer, “contadino”) o AFRIKANER, come loro stessi si definirono.

 

Questi contadini erano di confessione Protestante. Avevano lasciato l’Olanda in lotta contro la Spagna, dalla quale si era dichiarata indipendente. La Spagna cercava di riprendere il controllo politico, e di imporre nuovamente il Cattolicesimo.

I coloni erano venuti in Africa per essere del tutto liberi, e non volevano certo sostituire il dominio della Spagna con quello della Compagnia delle Indie Orientali.

 

Iniziò dunque una grande migrazione, nota come TREK (una parola olandese che significa “trainare carri”). I Boeri si appropriarono di vasti territori, che trasformarono in fattorie dedite all’allevamento e alla coltivazione.

 

Essendo di bassa estrazione sociale, possedevano un’istruzione scarsissima, e anche la loro conoscenza della Bibbia era rudimentale. La situazione peggiorò con l’andare del tempo, perché fra di loro non vi erano né preti né insegnanti.

Così si convinsero di essere degli eletti di Dio, da Lui destinati a dominare gli Africani. Non fecero il minimo sforzo per comprendere i loro usi e costumi. Furono però costretti a prendere le loro donne, poiché nella comunità scarseggiavano. I meticci che nacquero da queste unioni erano ovviamente disprezzati, ma mai quanto gli Africani, considerati null’altro che schiavi.

 

All’inizio del Settecento giunsero altri Protestanti. Ma questa volta erano Francesi. Il Re Sole aveva infatti revocato l’Editto di Nantes, che fino a quel momento aveva garantito libertà di culto per i Protestanti anche su suolo francese.

I nuovi venuti si integrarono senza problemi tra i Boeri. Poiché appartenevano alla buona borghesia, il loro arrivo ebbe l’effetto di innalzare il livello culturale della comunità.

Grazie a queste forze fresche i Boeri proseguirono nell’asservimento degli Ottentotti. Nella seconda metà del Settecento entrarono però in contatto con altri popoli ben più organizzati, tra cui gli Zulu, e incominciarono gli scontri.

 

Intanto però i legami con l’Olanda si stavano affievolendo. La Compagnia delle Indie era fallita, soprattutto per la concorrenza della sua omonima inglese.

Nel 1806 l’Inghilterra occupò la colonia del Capo, annettendosi i territori dei Boeri.

 

All’inizio dell’Ottocento erano dunque comparsi sulla scena i tre protagonisti della storia del Sudafrica: i Bantu, i Boeri e i Britannici.

 

E stava per cominciare la grande epopea degli Zulu.

 

 

Gli Zulu

Gli Zulu erano uno dei tanti popoli di lingua bantu che, muovendo dal centro del continente, si erano diretti a sud. In un primo tempo erano noti come Nguni.

 

Fu il loro più grande condottiero, SHAKA, a cambiare il nome. Deciso a imporre la supremazia del suo popolo su tutti gli altri, scelse un nome che si imprimesse subito nella memoria: zulu infatti significa “cielo”.

Dotato di grande forza fisica, Shaka era un eccezionale soldato. Temprato dalle sfortune della giovinezza, quando aveva dovuto assistere impotente alla rovina politica della sua famiglia, recuperò ben presto la sua posizione. E con il tempo iniziò a farsi un nome in tutti i clan e i villaggi.

 

(Shaka, condottiero degli Zulu – copyright Wikimedia Commons)

 

Ottenuto il comando supremo, per prima cosa Shaka riorganizzò l’esercito. Lo divise in vari reggimenti e assegnò a ciascuno delle insegne riconoscibili in battaglia. Si preoccupò poi di tenere impegnati i soldati anche negli intervalli tra una guerra e l’altra, e li sottopose a periodiche esercitazioni.

 

All’attacco in ordine sparso, che puntava tutto sul valore del singolo combattente, sostituì un’avanzata in file compatte, dall’effetto ben più dirompente. E inventò persino una tattica di battaglia. Era detta “testa di bufalo”, dalla forma che assumeva lo schieramento. Si basava sull’impiego alternato, adattato ai vari momenti della battaglia, di guerrieri giovani e di veterani.

L’abilità di Shaka ricorda da vicino il genio tattico di generali quali Giulio Cesare, Annibale e Alessandro Magno.

 

Gli Zulu non possedevano armi da fuoco. Combattevano con lance, asce e scudi. Shaka rimase fedele all’armamento tradizionale, ma lo modificò. Trasformò infatti le lance, armi da getto fatte per colpire da lontano, in lame adatte al combattimento corpo a corpo. In questo modo i soldati erano costretti a venire a contatto ravvicinato con il nemico. Un sistema pensato per eliminare la paura e stimolare il coraggio.

 

Shaka è dunque un perfetto esempio di come anche gli Africani sappiano inventare, innovare, sperimentare. La sua vita è un monumento alle capacità dell’Africa.

 

Con questa formidabile macchina da guerra gli Zulu conquistarono ben presto tutti i popoli vicini. Gli sconfitti erano risparmiati a condizione che si arruolassero nell’esercito zulu, che poteva così aumentare i suoi effettivi. Al momento del massimo splendore arrivò a contare 100.000 soldati.

 

Il regno di Shaka finì però diviso già prima della sua morte, con la secessione di vari popoli dalla confederazione zulu. Shaka non combatté mai direttamente contro gli Europei, di cui aveva previsto la volontà di espansione. Ma fu grazie a lui se gli Zulu poterono resistere a lungo agli invasori, e anche sconfiggerli in parecchie occasioni.

 

L’epopea degli Zulu non si conclude infatti con Shaka. Tutt’altro.

 

Dopo di lui gli Zulu dovettero arretrare a causa dell’avanzata dei Boeri. Ma in seguito approfittarono della rivalità di questi con gli Inglesi. E sconfissero spesso le truppe britanniche, che ovviamente i Boeri si guardavano bene dall’aiutare.

 

Né furono più teneri con i Boeri stessi. Nel 1838, fingendo di voler trattare la cessione delle loro terre ai coloni, li attirarono in un’imboscata e li massacrarono a centinaia. Questo episodio è ancora ricordato con il nome di Weenen (“piangere” in olandese). L’eccidio fu presto vendicato dai Boeri nella battaglia di Blood River, il Fiume di Sangue.

 

L’ultima vittoria degli Zulu fu nel 1879. La battaglia di Isandlwana vide un esercito britannico venire travolto dalle cariche dei reggimenti zulu.

Questa battaglia è narrata in un celebre film, Zulu Dawn, girato esattamente cent’anni dopo.

Un film precedente (1964), intitolato semplicemente Zulu, narra invece un altro episodio di quella guerra: la resistenza di un piccolo gruppo di sopravvissuti alla battaglia, asserragliati nella località di Rorke’s Drift. Gli Inglesi erano poco più di un centinaio contro oltre 4.000 Zulu, ma dopo molti giorni di scontri riuscirono a respingerli.

 

Gli Zulu comunque non scomparvero come popolo, e infatti esistono ancora oggi. Negli anni dell’apartheid soffrirono la repressione del governo bianco sudafricano, al pari degli altri neri. Furono confinati in un piccolo territorio, e dichiarati cittadini solo di quello ma non del Sudafrica. Riebbero i loro diritti solo con la fine dell’apartheid, negli anni Novanta del Novecento.

 

 

Le guerre anglo-boere

I Boeri mal sopportavano l’occupazione inglese delle “loro” terre, che ritenevano di possedere per diritto divino.

Nel corso dell’Ottocento partirono più volte per i territori del nord, allo scopo di allontanarsi dagli Inglesi. Questo movimento migratorio è chiamato il GRANDE TREK.

All’arrivo fondarono varie repubbliche autonome. Le più importanti furono il Natal, il Transvaal e lo Stato Libero di Orange.

 

All’inizio l’Inghilterra riconobbe la loro autonomia. In quel momento infatti si trattava di territori improduttivi, che rappresentavano solo un costo per la Corona.

 

Ma poi vennero scoperti i diamanti. E l’oro.

 

La scoperta cambiò completamente la politica dell’Inghilterra. Nel giro di poco tempo si procedette all’annessione delle repubbliche boere.

 

I Boeri reagirono attaccando le guarnigioni britanniche, e all’inizio ottennero anche parecchie vittorie.

 

Tra i comandanti inglesi che resistettero si ricorda il generale Robert Baden-Powell, che proprio da questa esperienza trasse ispirazione per fondare il movimento giovanile degli Scout. Durante l’assedio della sua guarnigione dovette impiegare anche dei ragazzi in qualità di vedette e portaordini, e si rese conto del loro potenziale.

 

 

(Robert Baden-Powell fotografato in Sudafrica nel 1896 – copyright Wikimedia Commons)

 

Ci vollero due guerre, combattute tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento, per piegare i Boeri. Gli Inglesi internarono i civili boeri in campi di prigionia, e non furono teneri.

Nel 1902 fu firmata la pace, e nel 1910 nacque l’Unione Sudafricana, il futuro Sudafrica. Il nuovo Stato, inquadrato all’interno dell’Impero Britannico, aveva per capitale Pretoria, e due lingue ufficiali: l’inglese e l’afrikaner, parlato dai Boeri.

 

I Boeri non rinunciarono mai alla loro visione di popolo eletto da Dio. Negli Anni Trenta del Novecento eressero vicino a Pretoria un grande monumento in memoria di tutti coloro che avevano affrontato il Grande Trek e combattuto contro gli Inglesi. Il monumento è tuttora visitabile. Rappresenta un inno alla superiorità bianca sugli Africani, e ha uno stile pomposo e magniloquente.

(alcune immagini si possono vedere qui: https://en.wikipedia.org/wiki/Voortrekker_Monument )

Ospita inoltre le statue dei principali leader e presidenti delle repubbliche boere. Una delle sue parti è addirittura chiamata Sala degli Eroi.

 

Sarà proprio la perdurante credenza in una missione divina che porterà a istituire, nel Novecento, il regime dell’apartheid. Gli Africani, si diceva, si credevano padroni della terra, quando invece era ovvio e palese che Dio l’aveva assegnata ai bianchi.

 

 

FONTI:

Anna M. Gentili, Il leone e il cacciatore. Storia dell’Africa sub-sahariana, Carocci 2008

Joseph Ki-Zerbo, Storia dell’Africa nera, Einaudi 1977

Roland Olivier – John D. Fage, Breve storia dell’Africa, Einaudi 1964

John Reader, Africa. Biografia di un continente, Mondadori 2017

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