Iran, questo sconosciuto – Parte 3 di 5

I PARTI E I SASSANIDI

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Dove : Medio Oriente – Asia Centrale
Quando : dal 2300 avanti Cristo al 2018 dopo Cristo
Perché : perché non è solo il paese degli ayatollah
Di cosa parleremo: del suo costante ruolo di ponte tra il mondo mediterraneo e l’Asia; delle sue religioni (al plurale); del perché è sempre stato centrale per l’Islam, di come è diventato quello che è oggi e di come è davvero, al di là della retorica (USA e occidentale in genere, ma anche islamica).

Siamo poco dopo la metà del Terzo Secolo avanti Cristo. I PARTI iniziano la propria espansione, e ben presto dilagano in tutto l’Iran e la Mesopotamia, sconfiggendo gli eserciti dei Seleucidi e costringendoli a ritirarsi fino all’Eufrate: da questo momento il grande fiume diverrà il confine tra il mondo iranico e quello occidentale.

Cent’anni dopo, nel Secondo Secolo avanti Cristo, da Occidente arriva un nuovo dominatore: ROMA, che entra di prepotenza negli affari del Vicino Oriente. In pochi anni liquida quello che resta del regno dei Seleucidi, e conquista anche la Turchia e la Grecia. La sua espansione la porta inevitabilmente a contatto con i Parti, i quali non nascondono le proprie ambizioni di conquista della Siria.

Passano altri cento anni. A Roma scocca l’ora di Giulio Cesare, che forma il famoso Primo Triumvirato con Gneo Pompeo, il suo futuro avversario nelle guerre civili, e Marco Licinio Crasso. Quest’ultimo era un ricchissimo magnate, ed erano stati proprio i suoi finanziamenti a permettere a Cesare, all’epoca sconosciuto e squattrinato rampollo di una famiglia nobile ormai in decadenza, di intraprendere la sua sfolgorante carriera politica. Crasso, che nobile non era, sperava di sfruttare Cesare per ottenere la visibilità che la sua origine plebea gli negava. Ma dovette assistere ai successi del giovane avversario, e contemporaneamente a quelli di Pompeo, che dopo aver ripulito il Mediterraneo dai pirati aveva ottenuto un comando supremo su tutto l’Oriente.

Così, in cerca di una gloria personale che, nelle intenzioni, doveva eguagliare quella dei suoi due più famosi colleghi, Crasso decise di attaccare i Parti. Non era la sua prima esperienza militare: era stato proprio lui, infatti, a domare una volta per tutte la rivolta degli schiavi guidati da Spartaco, che tanto aveva fatto penare altri e più blasonati comandanti inviati dal Senato di Roma.

Ma sfidare i Parti era un’altra storia. L’avanzata dell’esercito romano fu tormentata da continui attacchi, condotti con quella che era già divenuta l’arma caratteristica dei Parti: gli arcieri a cavallo. Capaci di lanciare frecce ritti sulla sella del destriero lanciato al galoppo, e di continuare a farlo anche girati al contrario mentre si ritiravano (tecnica che divenne proverbiale con il nome di “freccia del Parto”), i Parti sfiancarono ben presto le forze dell’esercito di Crasso, e infine lo affrontarono in una battaglia campale nella località di Carre. L’esercito venne distrutto e lo stesso Crasso trovò la morte. Era l’anno 53 avanti Cristo. Alla sconfitta si aggiunse il disonore, perché i Parti sottrassero le insegne delle legioni, le famose aquile, la cui perdita, nella mentalità romana, era una vergogna incancellabile.

La vittoria su Roma non era frutto del caso. La fanteria partica non poteva competere con le legioni, ma i Parti possedevano un’altra arma micidiale: la cavalleria catafratta. Si trattava di un modo del tutto nuovo di usare la cavalleria: cavallo e cavaliere erano ricoperti da una lunga cotta di maglie metalliche, e il guerriero montato impugnava una lancia. La forza d’urto della carica era pari a quella dei cavalieri medioevali, e anche l’origine era simile: questa cavalleria era fornita dai nobili del regno, che mettevano le proprie forze a disposizione del re; lo Stato partico era infatti strutturato in modo analogo ai regni feudali europei del Medioevo più che ai regni e imperi dell’antichità, e proprio come nel feudalesimo europeo vi fu una lunga serie di rivolte contro il potere centrale – quasi una ad ogni cambio di sovrano – che in pratica ne vanificarono il potenziale di avversario diretto di Roma.

La sconfitta di Crasso fece un’enorme impressione a Roma. Per la prima volta dopo lo scontro con Cartagine c’era una nuova potenza che poteva sfidare l’Urbe da pari a pari. In effetti anche nei secoli seguenti Roma considerò sempre i Parti, e poi i Sassanidi loro successori, come l’unico Stato degno di rispetto.

Tra l’altro la posizione geografica permetteva di controllare i flussi commerciali da Oriente verso Occidente: fu sotto i Parti che iniziò ad avere importanza il sistema di città e piste carovaniere dell’Asia Centrale, che diverrà in seguito noto come VIA DELLA SETA. Fu per questo che non vi furono contatti diretti tra l’Impero Romano e quello Cinese, che pure sapevano dell’esistenza l’uno dell’altro.

Ancora una volta il mondo iranico e vicino-orientale si propone come tramite, ma anche come blocco, dei commerci tra Oriente e Occidente, con tutti i guadagni che ne derivano. Sarà per aggirare questo blocco che, molti secoli dopo, con l’Islam ormai esteso dal Marocco all’India, gli esploratori europei intraprenderanno le navigazioni oceaniche, realizzando prima la circumnavigazione dell’Africa e poi la scoperta dell’America.

In campo religioso i Parti conservano lo Zoroastrismo come religione principale, ma sono presenti anche altri culti, tra cui quello di Mithra, che si diffonderà anche nell’Impero Romano e diventerà un serio concorrente del Cristianesimo. Si tratta, proprio come il Cristianesimo, di una fede mistica, interiore, che ben risponde alla crisi delle coscienze in atto già da molti secoli: per gli uomini e le donne dell’epoca i culti tradizionali non bastavano più.

Per il momento permane dunque una situazione di stallo. Roma teme comunque sempre un’invasione in grande stile, e organizza anche in questo settore un sistema di difese, il famoso limes, come già fatto in Europa centrale lungo il Reno e il Danubio e in Inghilterra con il Vallo di Adriano.

Il Primo Secolo dopo Cristo trascorre così senza avvenimenti di rilievo. La situazione cambia all’inizio del Secondo Secolo. L’imperatore Traiano, reduce dalla grande conquista della Dacia (odierna Romania), si lancia all’attacco della Mesopotamia. I Parti, che stanno attraversando una delle loro periodiche crisi, non riescono a opporre resistenza. L’imperatore è un grande soldato, ma questa volta l’impresa è superiore anche alle sue forze, che del resto ormai stanno declinando. Le legioni perdono tempo ed energie scendendo lungo il corso dei fiumi, e alcune fortezze nemiche non vengono conquistate: sotto le mura della città di Hatra si consuma un lungo assedio che costringe infine i Romani a ritirarsi. Traiano, vecchio e malato, riesce comunque a organizzare alcune nuove province romane, che verranno però abbandonate dal successore Adriano, più preoccupato di garantire la sicurezza dell’impero che di imbarcarsi in nuove conquiste.

I Parti tornano in possesso del proprio regno, ma anche per loro sta per suonare l’ultima ora. Proprio come essi stessi avevano fatto con i Seleucidi, dal nord dell’Iran sorge la dinastia che in poco tempo li sostituirà: i SASSANIDI.

Siamo ormai nel Terzo Secolo dopo Cristo. Il primo monarca sassanide è Ardashir (Artaserse), un nome portato da molti sovrani persiani Achemenidi; già da questo è evidente la precisa volontà della nuova dinastia di ricollegarsi direttamente al grande impero di un tempo, la cui memoria era rimasta ben viva.

Sconfitti i Parti, che scompaiono così dalla Storia, i Sassanidi possono volgersi contro l’Impero Romano. Il momento non potrebbe essere più favorevole: dopo l’estinzione dell’ultima dinastia riconosciuta sul trono dei Cesari si avvicendano in pochi anni decine di imperatori, molti dei quali non durano che qualche mese. In questa situazione di caos tutte le frontiere sono indebolite, e sono quelle orientali a pagare il prezzo più duro. Infatti, mentre in Europa le confederazioni di popoli germanici si limitano per il momento a semplici scorrerie, in Oriente c’è uno Stato nuovo, forte e vigoroso, che ha piani ben precisi di conquista.

Sarà il successore di Ardashir, SHAPUR (241 – 272 d.C.) a ottenere la più grande vittoria su Roma, riuscendo in un’impresa che fino a pochi anni prima sarebbe stata impensabile: prendere prigioniero un imperatore. Valeriano, questo era il suo nome, non rivedrà mai più il suo trono, e morirà in Persia. Shapur celebra questo straordinario trionfo in maniera degna: nelle località di Naqsh-e-Rostam e Bishapur grandi rilievi rupestri mostrano l’insolito – per un occidentale – tema di un imperatore romano condotto in catene davanti a un re “barbaro”.

A livello religioso i Sassanidi impongono lo Zoroastrismo come religione di Stato, a differenza dei Parti e degli Achemenidi che pur considerandola centrale non avevano mai preteso di compiere questo passo. Rimangono comunque molto tolleranti con le altre fedi. Non è quindi un caso se, a mano a mano che nell’Impero Romano il Cristianesimo si afferma e si consolida, molti cristiani considerati eretici trovano rifugio proprio in Persia dalle persecuzioni dei loro stessi correligionari. E lo stesso avviene per gli Ebrei, che nell’Impero sono guardati con sospetto sia dai Romani ancora pagani sia dai Cristiani.

Gli scontri tra Romani e Sassanidi continuano, ed essi, come già i Parti, saranno sempre un avversario temuto e pericoloso, anche quando all’Impero Romano ormai morente si sostituisce quello Bizantino.

Siamo arrivati al Sesto Secolo dopo Cristo. La situazione sulle frontiere orientali continua ad essere instabile, ma i Bizantini inseguono i loro impossibili sogni di riconquista dell’Occidente. La lunga guerra in Italia contro gli Ostrogoti, nota come “guerra greco-gotica”, porterà ad un’egemonia solo effimera e condannerà la nostra penisola ad una tremenda crisi economica, sociale e politica.

Esaurite le proprie forze nelle guerre in Occidente i Bizantini non riescono a contrastare il rinnovato attacco dei Sassanidi, che sottraggono loro le province di Siria ed Egitto. Conquistano anche Gerusalemme, dalla quale portano via la più venerata reliquia della cristianità, il frammento della Vera Croce, che viene trasferito in Persia. La riscossa bizantina è opera dell’imperatore Eraclio, che riconquista le province perdute e si spinge fino in Persia, dove recupera il frammento della Croce e lo riporta in trionfo a Gerusalemme.

Ma anche questa è una guerra lunga e difficile. Entrambi i contendenti sono sfiancati, e non si riprenderanno mai più.

Siamo ormai nel Settimo Secolo dopo Cristo: in Arabia è nato l’ISLAM, e anche per i Sassanidi sta per giungere la fine.

 

FONTI :
Roman Ghirshman, Arte Persiana. Parti e Sassanidi, BUR 1982
Gastone Breccia, Lo scudo di Cristo. Le guerre dell’ Impero Romano d’Oriente, Laterza 2018

 

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