IL LUPO NON È CATTIVO (Episodio 1): Alla scoperta del lupo

Introduzione

Il lupo non è cattivo.

Da molti anni numerosi ricercatori, in Europa come in America, si battono contro l’opinione comune, ancora assai radicata. L’assunto di base è che il lupo non merita la fama sinistra che l’uomo gli ha affibbiato per secoli.

 

La specie si sta riprendendo in tutto il mondo, tornando ad occupare i territori da cui era stata scacciata.

In parte ciò è avvenuto grazie ai programmi statali di ripopolamento. Ma il merito maggiore è dei lupi stessi, che hanno saputo adattarsi alle mutate condizioni del loro mondo.

Per questo è fondamentale trovare il modo di far convivere uomini e lupi, rispettando le esigenze di entrambi.

 

Entrare nel branco

Shaun Ellis è un ricercatore inglese, autore del libro L’ uomo che parlava con i lupi. Storie e avventure della mia vita nel branco.

Non è il solito studio accademico. Si tratta di una completa immersione nel mondo dei lupi. Non più solo osservazione dall’esterno, con binocolo e taccuino, ma condivisione della loro vita quotidiana.

 

Shaun Ellis ha dedicato anni a conoscere dall’interno le dinamiche di un branco di lupi. Ha scelto di concentrarsi su quelli europei e americani, perché è più probabile che entrino in contatto con l’uomo e con il suo bestiame. Nell’Artico, invece, il problema non si pone, perché non ci sono abitanti umani permanenti. Per ora.

Lo scopo del suo lavoro è ristabilire la convivenza tra gli uomini e i lupi. Una lezione, questa, che ha imparato dai nativi americani. Ha infatti collaborato a lungo con la tribù dei Nasi Forati (noti anche, alla francese, come Nez-Percè), una delle protagoniste – in negativo, purtroppo per loro – dell’epopea del West. Alcuni membri della tribù hanno partecipato ad un programma di reinserimento in natura dei lupi, portato avanti nello Stato americano dell’Idaho.

 

 

(Le foreste dell’Idaho, dove Shaun Ellis ha vissuto per mesi insieme a un branco di lupi – immagine tratta da Wikipedia)

 

Quando non è in America, Ellis lavora per reintrodurre i lupi allo stato selvatico in Inghilterra.

 

Uomini e lupi

Molti millenni fa, quando l’Homo Sapiens iniziò a cacciare gli altri animali, i lupi capirono che un nuovo predatore era comparso sulla scena.

A quel tempo ci consideravano, appunto, dei predatori come loro, al pari degli orsi e dei felini. E per questo ci rispettavano.

 

Ma poi qualcosa cambiò.

 

Oggi i lupi si tengono ben lontani dagli uomini, se possono. Hanno paura di noi, e questo già ben prima dell’invenzione delle armi da fuoco.

 

Oggi ad essere preoccupati per il ritorno dei lupi sono soprattutto gli allevatori di bestiame. Mucche, pecore e capre vengono controllate da cani da pastore, dotati di collari con punte acuminate. Il collo è infatti la parte più vulnerabile di qualunque animale, noi compresi.

Quest’ultima misura in realtà serve a poco. I lupi sanno come evitare le corna dei cervi, dei bisonti e degli alci. Un collare appuntito non è un problema per loro.

 

I lupi attaccano il bestiame domestico perché le loro prede consuete non ci sono più. Infatti, guarda caso, dove mancano i lupi gli erbivori si sono moltiplicati a dismisura: è il caso, ad esempio, dei caprioli e dei cinghiali.

 

Ma ci sarebbe anche un’altra spiegazione. I lupi attaccherebbero il bestiame perché in cerca di componenti nutritivi necessari alla loro dieta e alla coesione del branco.

 

Vita da lupi

Un branco di lupi è un perfetto esempio di gerarchia. C’è la coppia Alfa e via via gli altri. Ciascuno ha un ruolo preciso, compreso l’ultimo del gruppo, il cui compito è fare da paciere nelle liti che scoppiano tra gli altri membri.

 

Quando abbattono una preda, i lupi, come i leoni, mangiano secondo l’ordine gerarchico. Ma, a differenza del Re della Foresta, qui ogni membro mangia una parte specifica dell’animale ucciso. Ad esempio le interiora, e in particolare lo stomaco, sono riservate alla coppia Alfa, perché più nutrienti.

 

Una delle cose che più spaventano del lupo è l’ululato. Ma questo, al pari dell’abbaiare del cane, va interpretato. In primo luogo bisogna sapere che ogni esemplare ha una sua voce, unica e personale. Ululare serve al branco per rimanere unito e per indicare ai gruppi rivali i limiti del proprio territorio. La presenza di più branchi aiuta la coesione sociale: sapere che c’è un nemico esterno compatta il gruppo.

L’immagine classica del lupo che ulula alla luna non ha alcun fondamento scientifico. Il lupo ulula per comunicare con i suoi simili. Della luna non gliene importa niente. È più probabile sentire l’ululato nelle notti di luna piena solo perché l’aria è più limpida, e il suono si propaga a più grandi distanze.

 

I lupi sono animali sociali. Un esemplare solitario cercherà sempre un branco al quale unirsi, o almeno un partner, perché da solo alla lunga non può sopravvivere.

Se un lupo è da solo può trattarsi di un ex-Alfa, che con l’avanzare dell’età ha perso il predominio sul branco ed è stato scacciato, oppure di un giovane che, lasciato il branco in cui è nato, ne cerca uno nuovo nel quale inserirsi.

 

Un lupo può venire ferito in un combattimento con una preda, ad esempio un cinghiale. Ma, purtroppo, anche ad opera dell’uomo.

Se rimane preso in una trappola con una zampa può arrivare a staccarsela a morsi pur di fuggire.

Una simile mutilazione gli impedisce di cacciare. Il suo destino sembra segnato, ma non è così. In suo soccorso interviene il branco, che si prende cura di lui, portandogli del cibo. Il lupo ferito assume un nuovo ruolo all’interno del branco, un ruolo di estrema importanza: accudisce i cuccioli.

 

Un branco di lupi vive in un territorio stabile, dove vi sia abbondanza di prede e scarsità di uomini. Lo difende da branchi rivali e lo percorre in lungo e in largo, in ogni stagione.

 

La famosa “tana del lupo” è semplicemente un luogo protetto e riparato nel quale la femmina Alfa va a partorire. Se non lo trova già pronto, ad esempio una piccola grotta o un incavo tra le radici degli alberi, è in grado di scavarselo da sé.

Dopo qualche giorno dalla nascita i cuccioli vengono presentati al resto del branco. Quando gli adulti vanno a caccia ce n’è sempre almeno uno che rimane con loro a proteggerli.

I cuccioli aspettano il ritorno degli adulti in un luogo che viene chiamato, alla francese, “rendez-vous”, cioè appuntamento. Viene scelto con cura perché sia il più possibile sicuro. I ricercatori sanno individuare questi siti, che andrebbero segnalati così da non disturbare inavvertitamente il branco.

Un lupo infatti attaccherà solo ed esclusivamente per proteggere i cuccioli, come fanno anche i cinghiali. Se non si sente minacciato non va certo a cercare l’uomo apposta, anzi, tutto il contrario.

 

 

(Cuccioli di lupo – immagine tratta dal sito di Focus – copyright Bildagentur Zoonar GmbH / Shutterstock)

 

 

FONTI:

 

Shaun Ellis, L’ uomo che parlava con i lupi. Storie e avventure della mia vita nel branco, BUR Rizzoli 2021

Mark Rowlands, Il lupo e il filosofo. Lezioni di vita dalla natura selvaggia, Mondadori 2009

 

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