I MARMI TORLONIA. COLLEZIONARE CAPOLAVORI

La famiglia Torlonia

I Torlonia sono una delle principali famiglie aristocratiche di Roma. Le loro origini risalgono al Settecento, con il capostipite Marino Tourlonias: erano infatti di ascendenza francese, ma niente affatto nobili, bensì contadini.

 

Marino si trasferì a Roma a metà del Settecento, ed entrò a servizio di un cardinale come cameriere personale. Alla morte di questi ottenne un cospicuo lascito, che impiegò per aprire una ditta di tessuti importati dalla Francia.

 

Giovanni, figlio secondogenito di Marino, italianizzò il cognome della famiglia in Torlonia, e accanto alla ditta di tessuti aprì una banca, che divenne ben presto la principale attività.

 

I capitali aumentarono esponenzialmente, e con essi iniziò l’ascesa sociale della famiglia, che ottenne importanti appalti dal governo del Papa e raggiunse il rango nobiliare.

 

 

 

(Lo stemma dei Torlonia)

 

Giovanni Torlonia seppe inoltre approfittare della situazione politica del tempo. Napoleone dominava in Europa, e la sua famiglia divenne presto cliente del Banco Torlonia, così come i Savoia, i Borboni di Napoli e lo stesso Papa.

 

Le proprietà dei Torlonia crebbero sempre più, con l’acquisto di ville e palazzi in Roma e terreni e feudi nel Lazio e in Romagna.

 

 

La collezione Torlonia

Fu proprio Giovanni Torlonia ad acquistare le prime sculture antiche, provenienti da una celebre collezione: quella dello scultore Bartolomeo Cavaceppi, che per tutta la seconda metà del Settecento era stato l’artista più famoso di Roma.

Giovanni fu l’unico a poter fare un’offerta per la collezione Cavaceppi, dato che le altre famiglie nobili erano state duramente colpite dalle requisizioni napoleoniche.

 

La collezione Cavaceppi era a sua volta formata da resti di più antiche collezioni nobiliari, ormai smembrate e disperse.

Nel corso dell’Ottocento i Torlonia acquisirono quelle di altre famiglie ormai in decadenza e costrette a vendere, come i Giustiniani.

Si formò quindi quella che è stata definita una “collezione di collezioni”.

 

Questa venne ulteriormente integrata grazie ai ritrovamenti archeologici nei terreni di proprietà della famiglia, fino a raggiungere un totale di 620 pezzi.

 

La collezione Torlonia è particolare proprio per il suo essersi formata in epoca relativamente tarda, appunto l’Ottocento.

Collezionare sculture antiche era stata infatti una pratica comune per le grandi famiglie aristocratiche di Roma. E questo fin dal Cinquecento. Statue, busti, sarcofagi e rilievi abbellivano ville e palazzi, con il duplice scopo di impressionare i visitatori e mostrare la ricchezza dei proprietari.

 

 

Il Museo Torlonia

Nel 1875 Alessandro, figlio di Giovanni, decise di fondare un museo. Il grande pubblico ebbe per la prima volta la possibilità di ammirare le sculture e i rilievi.

 

Dieci anni dopo venne pubblicato un corposo catalogo corredato di fotografie di tutti i pezzi: per l’epoca, una novità assoluta.

Contrariamente a quanto avviene oggi, le copie del catalogo non vennero vendute, ma regalate. I destinatari erano non solo, com’è prevedibile, visitatori illustri, ma anche biblioteche, università e accademie. Fu infatti esplicita volontà di Alessandro Torlonia far conoscere la collezione anche al mondo degli studiosi, in tutta Europa.

 

Il Museo Torlonia non fu solo un’esposizione. Al pari dei musei di oggi, fu impegnato anche nella ricerca, cercando di mantenersi aggiornato sui progressi dell’archeologia e accogliendo le nuove interpretazioni che gli studiosi proponevano per identificare correttamente le statue antiche.

 

Il museo fu visitabile per quasi un secolo, sebbene già durante la Seconda Guerra Mondiale l’accesso fosse stato molto limitato.

 

Improvvisamente, nel 1976, un altro Alessandro, nipote del fondatore, decise di trasformare il palazzo nel quale aveva sede il museo, dividendolo in vari appartamenti da affittare.

Tutte le sculture vennero accatastate nelle cantine, dove rimasero per decenni, impolverate e dimenticate.

 

Solo gli studiosi sapevano della loro esistenza: di esse circolava appena qualche fotografia sui libri di storia dell’arte e di archeologia.

E questo nonostante la presenza di pezzi notissimi: il busto di Caracalla, celebre perché è l’unico a ritrarre un imperatore di tre quarti invece che frontalmente; la testa del cosiddetto Eutidemo, sovrano del regno greco della Battriana, l’attuale Afghanistan; o il ritratto di un uomo anziano, probabilmente un importante senatore, conosciuto come il Vecchio di Otricoli, risalente agli ultimi anni della repubblica.

 

In quegli anni, le sculture si presentavano così:

 

 

Lo Stato Italiano cercò più volte di acquisire la collezione Torlonia, scontrandosi sempre con un netto rifiuto da parte della famiglia.

Solo nel 2016, un anno prima di morire, Alessandro Torlonia accettò di sottoscrivere un accordo per avviare un restauro dei pezzi, in vista di una futura nuova esposizione.

 

La mostra vorrebbe essere un primo passo verso la realizzazione di un nuovo Museo Torlonia. Tuttavia permangono ancora dispute legali interne alla famiglia.

 

 

La mostra

La mostra è stata allestita nella Villa Caffarelli sul colle Campidoglio, a pochi passi dalla celebre piazza creata da Michelangelo, al centro della quale si erge l’altrettanto famosa statua equestre dell’imperatore Marco Aurelio (oggi una copia, l’originale si trova nei Musei Capitolini, che si aprono sulla piazza medesima).

 

L’esposizione è curata da due studiosi di assoluto rilievo: il professor Salvatore Settis, storico dell’arte e archeologo, direttore della Scuola Normale di Pisa dal 1999 al 2010 e presidente del consiglio scientifico del Louvre; e Carlo Gasparri, tra i massimi esperti proprio della collezione Torlonia.

 

Sono visibili circa 90 opere, selezionate tra le oltre 600 di cui è composta la collezione.

Il criterio scelto non è quello banalmente cronologico. Si è invece voluto creare un percorso che riproponga i vari momenti di formazione della collezione stessa, attraverso le epoche e le diverse acquisizioni, oltre che dagli scavi condotti nella proprietà di famiglia.

 

La mostra si apre con una statua in bronzo di Germanico, generale romano dei primi anni dell’impero. È raffigurato nudo, come gli eroi della mitologia, ma con il volto perfettamente somigliante, come è tradizione della scultura romana.

 

 

(Statua in bronzo di Germanico, prima metà del I sec. d.C. – foto di Stefano Tartaglino)

 

Nella prima sala lo sguardo è immediatamente attratto dai numerosi busti di imperatori e imperatrici. Essi raffigurano tutti i principali reggitori dell’impero, dal fondatore Augusto (27 a.C. – 14 d.C.) fino alla dinastia dei Severi (II – III sec. D.C.), la prima famiglia imperiale di origine africana e mediorientale; l’ultimo della serie risale all’epoca di Costantino (IV sec. d.C.).

Lo scorrere del tempo si può apprezzare in particolare nei ritratti femminili, le cui diverse acconciature rimandano alla moda in uso nelle varie epoche.

 

 

 

(I busti di imperatori e imperatrici nella prima sala – foto di Stefano Tartaglino)

 

Sempre nella prima sala sono degni di nota i busti del cosiddetto Eutidemo di Battriana e del Vecchio di Otricoli, di cui abbiamo parlato sopra.

 

Nelle sale intermedie troviamo statue di divinità ed atleti e il sarcofago in marmo di un centurione.

 

Vi è poi un grande rilievo in marmo raffigurante una scena portuale. Si tratta del Porto di Augusto, che fu lo scalo principale di Roma nel primo secolo dell’impero. Il pezzo proviene da scavi effettuati in prima persona dai Torlonia su terre di loro proprietà.

Nella scena, molto ricca di particolari, si notano una nave mercantile, una statua di divinità (probabilmente Nettuno, Dio del Mare), un arco trionfale sormontato da una quadriga trainata da elefanti e il faro che segnalava l’ingresso del porto: la fiamma del fuoco che ardeva in cima mostra di nuovo, dopo il restauro, tracce della pittura rossa con cui era in origine dipinta.

 

 

(Bassorilievo con veduta del Portus Augusti, circa 200 d.C – foto di Stefano Tartaglino)

 

È bene infatti ricordare che le sculture e i templi greci e romani NON ERANO BIANCHI, MA DIPINTI A COLORI VIVACI.

I colori sono andati persi con il tempo. Per questo si è originato l’equivoco, in cui sono caduti molti studiosi nei secoli passati. Si è parlato di purezza dell’arte classica, della bellezza del marmo, dell’attenzione all’estetica che fece grandi queste civiltà.

Oggi è stato possibile ricostruire, anche grazie alle potenzialità del virtuale, come dovevano apparire davvero statue, templi, rilievi e bassorilievi. Le raffigurazioni migliorano sempre di più col passare del tempo e con l’introduzione di tecniche più raffinate.

Purtroppo, a parte qualche mostra dedicata a questo specifico tema, la presenza dei colori nell’arte antica è un dato che non ha ancora raggiunto il grande pubblico, il quale continua a credere che il mondo dei Greci e dei Romani fosse tutto di marmo bianco.

 

Sempre in queste sale intermedie è da segnalare un bel gruppo scultoreo raffigurante un episodio poco noto dell’Odissea: per fuggire dalla caverna del ciclope Polifemo, Ulisse e i suoi compagni si nascosero sotto la pancia delle pecore, evitando così di essere trovati dal gigante ormai accecato.

 

(Ulisse sotto il montone – foto di Stefano Tartaglino)

 

La sala principale presenta una seconda serie di busti di imperatori e altre statue di Dei ed eroi. Vi è poi la curiosa statua di un caprone, reso magnificamente fin nelle più minute pieghe del manto: la testa non è antica, ma è ugualmente un’opera d’arte, essendo stata scolpita nientemeno che da Bernini.

 

 

(foto di Stefano Tartaglino)

 

Proseguendo, si può ammirare una statua di Minerva, la Dea della saggezza, nota come Athena Giustiniani poiché proveniente dalla collezione di questa famiglia.

 

 

(Athena Giustiniani – foto di Stefano Tartaglino)

 

 

La mostra si chiude presentando una copia del catalogo originale del 1884, volume di grande formato con fotografie dei pezzi su sfondo neutro.

 

 

FONTI:

I Marmi Torlonia. Collezionare capolavori. – catalogo della mostra edito da Electa, a cura di Salvatore Settis e Carlo Gasparri, 2020.

Lidia Di Simone, “I Marmi Torlonia”, su Focus Storia n. 175, maggio 2021.

Claudio Strinati, “Dai magazzini riemergono le meraviglie dei Torlonia”, su Il Venerdì di Repubblica del 28 Febbraio 2020.

Vincenzo Trione, “I marmi dei Torlonia. Conversazione con Salvatore Settis e David Chipperfield”, su La Lettura del Corriere della Sera, 10 Febbraio 2020.

 

 

Indicazioni tecniche >

 

Periodo: dal 14 Ottobre 2020 al 09 Gennaio 2022

Indirizzo: Roma, Musei Capitolini, Villa Caffarelli

Sito Web: http://www.torloniamarbles.it/

Catalogo: Electa Editore – acquistabile al bookshop, sul sito dell’Editore e sui principali negozi online al prezzo di 39,00 Euro.

 

Per approfondimenti sulla collezione si può consultare il sito Web della Fondazione Torlonia:

https://www.fondazionetorlonia.org/

 

 

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