HOMO NALEDI: L’ ANTENATO CHE NON SAPEVAMO DI AVERE

Dove: Sudafrica
Quando: 2013 (scoperta) – 2, 5 milioni di anni fa (epoca in cui FORSE visse)
Perché è importante: perché l’evoluzione dell’umanità NON è semplice
Di cosa parleremo: racconteremo la sua scoperta e descriveremo il suo aspetto

Il percorso dell’evoluzione umana NON È diritto come un albero, ma ramificato come un cespuglio (lo abbiamo visto in L’evoluzione dell’uomo). Ogni scoperta di fossili aggiunge una nuova tessera al mosaico, ma anche nuove domande.
Il ritrovamento di Homo Naledi è una straordinaria avventura che ci porta molto lontano, in un luogo e in un tempo dove mai avevamo pensato di andare in cerca di tracce dei nostri antenati.

Siamo in Sudafrica, e già questa è una novità. Ci troviamo infatti molto più a sud rispetto all’area che tradizionalmente ha restituito fossili di esseri umani. L’Africa Orientale, e in particolare la Rift Valley, la grande spaccatura che taglia come una ferita il Continente Nero, è stata spesso chiamata “la culla dell’umanità”. Ma potrebbe non essere la sola.
La scoperta, come spesso accade, avviene per caso. Steven Tucker e Rick Hunter sono due speleologi, gli scienziati che studiano le caverne e le profondità della terra. Stanno esplorando la Grotta della Stella Nascente, un complesso di cavità ben conosciuto da molti anni e che fino a quel momento non aveva restituito fossili di alcun tipo, né umani né animali.
In fondo a un cunicolo scoprono un passaggio che nessuno aveva mai notato prima. È molto stretto, e per calarvisi dentro bisogna essere molto magri. Ma i due lo sono. Essere magri è una caratteristica che ritornerà anche nelle fasi successive della scoperta, come vedremo.

Arrivati in fondo al passaggio si trovano in una stretta sala, lunga 9 metri e larga appena uno. Sotto i loro piedi si stende un tappeto di ossa umane.
Inizialmente i due pensano che si tratti di ossa recenti, poiché contrariamente ai fossili che si trovano di solito non sono inglobate nella roccia – risultato dei milioni di anni passati da allora – ma sono semplicemente appoggiate sul pavimento della sala. Scattano alcune foto ed escono, tornando presto alla luce del sole.

(La Grotta della Stella Nascente – © National Geographic)

Le foto vengono inviate ad un famoso paleoantropologo, Lee Berger, il quale si rende conto (non subito per la verità) che quelle ossa non sono recenti, ma molto antiche, forse di milioni di anni. Grazie ad un finanziamento del National Geographic viene subito organizzata una spedizione: l’obiettivo è battere sul tempo i cacciatori di fossili, che potrebbero arrivare per primi al giacimento e portare via i reperti per venderli sottobanco; il rischio è che finiscano nelle mani di collezionisti privati, sottratti per sempre allo studio della comunità scientifica.
Ma c’è un problema. Il cunicolo che porta alla sala delle ossa è, come detto, molto stretto. Solo una persona molto magra può passarvi. Il professor Berger decide di pubblicare su Internet un “annuncio di lavoro” nel quale, oltre ai consueti titoli scientifici, si richiede che i candidati siano di corporatura adatta.

Ad aggiudicarsi il posto sono in sei, tutte donne. Berger le chiamò “le astronaute del sottosuolo”.

Prima di tutto bisogna stendere un cavo ottico che dalla superficie arrivi fino alla sala delle ossa. In questo modo chi rimane fuori può guidare a distanza il lavoro. Le sei ricercatrici si calano dentro e recuperano ossa su ossa.
Alla fine vengono ricostruiti ben 15 scheletri, ovviamente non completi. E anche questo è un fatto assolutamente eccezionale. Di solito i nostri antenati sono rappresentati da pochissimi resti fossili: un cranio qui, un piede là, ogni tanto una mano, ma più spesso un pezzo di mandibola e qualche dente. Nient’altro. L’unico scheletro quasi completo è quello della famosa Lucy, chiamata così in onore della canzone dei Beatles Lucy in the sky with diamonds.
Qui invece abbiamo addirittura 15 individui diversi, maschi e femmine, oltretutto a vari stadi di crescita: ci sono bambini, ragazzi e adulti.

E a questo punto iniziano le domande.

La prima è: cosa ci facevano tutti quegli scheletri in quella sala così difficile da raggiungere ?

Non si tratta infatti della tana di qualche animale, dal momento che gli unici resti trovati sono appunto gli scheletri umani, mentre non vi sono fossili di altro genere. Quindi non è possibile che un predatore abbia trascinato fin lì le sue vittime per mangiarsele con calma, anche perché sulle ossa non vi sono segni di denti. E poi perché dovrebbe aver cacciato soltanto loro ? Nessun carnivoro caccia sempre e soltanto un solo tipo di preda. Sarebbe un comportamento stupido, che lo porterebbe presto alla morte e quindi all’estinzione. Si caccia, e si mangia, quel che si trova.

Una seconda ipotesi è che gli ominidi siano caduti dall’alto. Milioni di anni fa l’aspetto del territorio in superficie era ovviamente diverso. Spesso capita, anche oggi, che un animale in fuga da un predatore cada in una buca del terreno e finisca per morire lì sotto perché non riesce a risalire, se già non è morto per la caduta.
Ma, se fosse così, si sarebbero dovuti trovare resti di altri animali: gazzelle, antilopi, zebre, bufali, insomma tutta la variegata fauna che ancora oggi percorre le pianure dell’Africa. E però sul fondo della grotta ci sono solo gli scheletri umani.

La terza ipotesi è che siano stati trasportati da un’alluvione. Sappiamo bene che, quando un fiume straripa, trascina con sé cose e persone, depositandoli anche molto lontano. Ma, di nuovo, perché soltanto gli ominidi e non anche altri animali ? E in ogni caso non sono stati trovati detriti e sedimenti riferibili ad un’alluvione.

L’ipotesi apparentemente più logica è anche la più sorprendente. Sembrerebbe che quegli individui siano stati portati lì apposta. FORSE, ed è un forse grosso come una casa, l’ Homo Naledi praticava già il culto dei morti, almeno due milioni di anni prima dell’Uomo di Neanderthal, i cui riti funerari sono certi e ben documentati.
Gli scienziati pensano che il gruppo abbia portato i suoi morti fino all’imbocco dello stretto cunicolo e li abbia infilati dentro. I resti si sarebbero accumulati sul pavimento della sala sottostante, creando il tappeto di ossa trovato dai due speleologi autori della scoperta.

La seconda domanda è: che aspetto avevano ?

Erano alti all’incirca un metro e mezzo, e dovevano pesare intorno ai 50 kg. Il loro cervello era ancora molto piccolo: appena un terzo del nostro, ma in linea con quello di altri nostri antenati.
La loro peculiarità era la contemporanea presenza di caratteristiche arcaiche e moderne. Un aspetto arcaico è ad esempio la conformazione degli arti superiori: le braccia sono molto lunghe, così come le dita, e le spalle sono arcuate, come nelle scimmie; questo indica un’abitudine ad afferrare i rami degli alberi e ad appendervisi. Al contempo, le mani e le dita appaiono già adatte a lavori di precisione. Un aspetto moderno è la mandibola sottile, con denti deboli, mentre i nostri più lontani progenitori avevano una mandibola spessa e denti forti.

(ricostruzione del cranio di Homo Naledi paragonato al nostro – disegno di Stefan Fichtel – © National Geographic)

Di sicuro, al pari di Lucy, avevano già raggiunto la stazione eretta. Questo è stato confermato dal lavoro di Damiano Marchi, ricercatore specializzato nello studio degli arti inferiori e unico italiano ammesso nel team internazionale di ricerca.
È quindi probabile che l’ Homo Naledi camminasse al suolo già in posizione eretta, come noi, ma nello stesso tempo fosse ancora in grado di spostarsi sugli alberi passando di ramo in ramo, come le scimmie.

(ricostruzione del volto di Homo Naledi – artista: John Gurche, foto: Mark Thiessen – © National Geographic)

La terza domanda, ancora senza risposta, è: quando visse ?

La data di 2, 5 milioni di anni fa che abbiamo indicato all’inizio è solo una delle tante proposte. Le sue caratteristiche miste lo porrebbero a metà tra l’Australopiteco (Lucy), vissuto 3, 2 milioni di anni fa, e i rappresentanti riconosciuti del genere Homo, come Homo Habilis e Homo Erectus. Ma potrebbe essere anche molto più recente, ed aver convissuto con i primi Homo Sapiens, la nostra specie. Questa, tra l’altro, sarebbe un’ulteriore prova del fatto che in passato sulla Terra vissero contemporaneamente varie specie umane, alcune anche negli stessi luoghi, come appunto l’Africa. Il dibattito sulla data è ancora aperto.

FONTI :
Gabriele Beccaria, “Quindici piccoli antenati riemergono dal Sudafrica. Nuova specie di ominidi”, da La Stampa, 11 Settembre 2015
Giorgio Manzi e Edoardo Boncinelli, “Homo Naledi”, da La Lettura del Corriere della Sera, 08 Novembre 2015
Damiano Marchi, “L’antenato che non ti aspettavi. L’enigmatico Homo Naledi raccontato da uno dei suoi scopritori”, conferenza del ciclo Giovedì Scienza, Politecnico di Torino, 26 Gennaio 2017
Jamie Shreeve, “Un uomo misterioso”, da National Geographic Italia, Ottobre 2015

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.