DANTE, SENZA PAURA – PURGATORIO, CANTO 8

TRAMA

 

Il sole sta calando, e Dante non ode già più le parole di Sordello, poiché una delle anime si è alzata in piedi, e chiede l’attenzione delle altre.

 

Volgendosi verso il tramonto inizia a cantare l’inno della fine del giorno, che inizia con le parole “Te lucis ante”.

 

Le altre anime subito la accompagnano, fino all’ultimo verso, guardando ad oriente.

 

E Dante, lasciato ogni altro pensiero, si ferma ad ascoltare la melodia.

 

Terminato il canto le anime guardano in su, come in attesa di qualcosa, con atteggiamento umile e riverente.

 

Ed ecco, dal cielo scendono due angeli che brandiscono spade di fuoco, ma senza le punte.

 

Le loro vesti e le piume delle ali sono di un verde brillante, come quello delle foglie appena nate.

 

Uno degli angeli si posa presso i tre poeti, e l’altro dalla parte opposta, così da racchiudere il gruppo delle anime.

 

Dante riesce a vedere bene la loro chioma bionda, ma non distingue i tratti del volto, come avviene quando la mente si trova di fronte a qualcosa che non riesce a comprendere.

 

Sordello spiega:

“È stata la Madonna a mandarli. Sono qui per vigilare sulla valle, e proteggerla dal serpente che sta per giungere.”

 

Dante ha un moto di paura, e non sapendo da quale parte arriverà il pericolo si stringe a Virgilio.

 

Sordello continua:

“Ora possiamo scendere in mezzo alle anime, e parlare con loro. Saranno certamente felici di vedervi.”

 

La breve discesa porta Dante di fronte a un’anima che lo osserva, come se cercasse di capire chi è.

 

È quasi buio, ma non ancora tanto da non potersi guardare negli occhi.

 

Si avvicinano, e finalmente si riconoscono, salutandosi calorosamente.

 

Oh giudice Nino, ricorderà poi Dante, quanto mi fece piacere saperti salvo dalle pene dell’inferno.

 

“Da quanto tempo” chiede costui al poeta “sei arrivato ai piedi del monte attraverso il vasto mare?”

 

“Sono giunto appena stamattina, passando per i luoghi di dolore. E ho ancora la mia vita mortale, sebbene stia conquistando, attraverso il mio cammino, quella eterna.”

 

A questa risposta sia Nino che Sordello si ritraggono, stupefatti e confusi.

 

Sordello si rivolge a Virgilio in cerca di chiarimenti, mentre Nino chiama un’altra anima.

 

“Corrado, vieni, vieni a vedere ciò che ha voluto la Grazia di Dio!”

 

Poi dice a Dante:

“Per quella gratitudine che tu devi a Dio, che sempre nasconde le sue ragioni al punto che la mente umana non può arrivarvi, quando tornerai nel mondo dei vivi dì a mia figlia Giovanna che rivolga le sue preghiere per me al Cielo, che risponde a chi è innocente.

 

Non credo che sua madre mi ami più, e penso abbia già deposto le bende bianche da vedova che ora, purtroppo per lei, dovrà rimpiangere.

 

Lei è un esempio di quanto poco duri l’amore in una donna, se il tatto e la vista non riaccendono continuamente il fuoco.

 

La vipera che campeggia nello stemma di Milano non le farà così tanto onore come le avrebbe fatto il gallo della Gallura.”

 

Queste le sue parole, e nel suo aspetto si vedeva il segno di una moderata gelosia, giusta e misurata.

 

Dante volge gli occhi al cielo, nel punto in cui le stelle si muovono più lentamente, come una ruota che gira vicino al proprio asse.

 

“Cosa stai guardando?” gli chiede Virgilio.

“Quelle tre stelle che ora illuminano tutto il cielo.”

“Le quattro che vedevi stamattina ora sono basse sull’orizzonte, e queste tre hanno preso il loro posto.”

 

Ma la risposta di Virgilio è interrotta da Sordello, che lo scuote indicando qualcosa col dito.

“Ecco là il nostro nemico.”

 

All’imbocco della valle appare un serpente, forse proprio lo stesso che diede ad Eva la mela fatale.

 

Striscia superbo tra l’erba e i fiori, scuotendo la testa e le spire.

 

Ma subito, così rapidamente che Dante non riesce a vederli, i due angeli si alzano in volo.
Il serpente, udendo il battito delle loro ali, è costretto a battere in ritirata, e gli angeli ritornano al loro posto di guardia.

 

Intanto l’anima che il giudice Nino aveva chiamato sta fissando Dante.

 

“Possa la lampada che illumina il tuo cammino trovare alimento nella tua retta volontà fino alla cima del monte” gli dice poi.

E aggiunge: “Se hai notizie certe della Val di Magra e dei territori vicini, dimmele, poiché da quelle parti ero un personaggio importante.

Sono Corrado Malaspina. Non quello antico, ma un suo discendente. Mi dedicai solo agli affari di famiglia, e per questo ora devo purificarmi.”

 

“Oh!” risponde Dante “Non sono mai stato nelle vostre terre. Ma vi è forse un luogo in tutta Europa in cui esse non siano note?

La fama del vostro casato rende onore a voi e ai vostri domini, tanto che li conosce anche chi ancora non vi è entrato.

Ed io vi giuro – in nome di questo monte che sto cercando di salire – che la vostra stirpe è sempre onorata per la sua generosità e il suo coraggio.

Queste virtù sono tanto radicate in lei che sebbene la corruzione che regna a Roma stia infettando tutto il mondo essa sola prosegue dritta sul cammino del Bene.”

 

Corrado lo congeda:

“Va’, ora. Prima che il sole sia tornato sette volte nella costellazione dell’Ariete questa tua cortese opinione verso di noi ti sarà ficcata bene in testa.”

 

 

(Miniatura di Priamo Della Quercia – Londra, British Library)

 

COMMENTO

 

Un Canto che, attraverso i suoi protagonisti, riporta a vicende terrene.

 

Il canto delle anime al sole che tramonta è quello chiamato “di Compieta”, che segue quello dei Vespri e si intona prima che cali la notte.

https://it.wikipedia.org/wiki/Compieta

https://it.wikipedia.org/wiki/Te_lucis_ante_terminum

 

Nel canto si chiede a Dio di tenere lontani i pericoli della notte, quando è più facile che l’anima sia preda delle tentazioni.

 

Questo momento viene rappresentato direttamente sotto gli occhi di Dante.

 

Il serpente, simbolo del Male, si avvicina, ma gli angeli fanno buona guardia e lo respingono.

 

Per vincere il serpente non bastano più le virtù umane, le quattro stelle (Prudenza, Giustizia, Fortezza e Temperanza) che Dante ha visto al mattino.
Mentre queste si abbassano oltre l’orizzonte si alzano in cielo le altre tre, quelle celesti: la Fede, la Speranza (verde, come verdi sono le vesti e le ali degli angeli) e la Carità.

 

Il combattimento si rinnova ad ogni calar del sole: infatti così come è possibile per un’anima salvarsi all’ultimo istante, anche dopo una vita condotta all’insegna della malvagità, allo stesso modo si rischia fino all’ultimo di cadere nella dannazione eterna, pur essendosi sforzati di compiere il Bene in vita.

 

L’alternanza tra i due gruppi di virtù rappresenta il cammino di purificazione, che Dante sta compiendo insieme ai personaggi che incontra.

 

Il primo a parlargli è UGOLINO VISCONTI, detto Nino. Non stupisca il nome: si tratta infatti proprio di un nipote del celebre Conte Ugolino che abbiamo incontrato all’Inferno (ricordate la sua triste storia? https://stefanotartaglino.it/dante-senza-paura-inferno-canto-33).

 

Ugolino Visconti, pisano, di parte guelfa, fu signore del Giudicato di Gallura, in Sardegna (all’epoca l’isola era divisa in vari territori, detti appunto Giudicati, che sebbene indipendenti erano spesso sottoposti a pesanti ingerenze da parte delle città di terraferma).

 

Qui venne a morire, e la moglie dopo una breve vedovanza – simboleggiata dalle bianche bende che era d’uso per le donne portare nel periodo di lutto – si risposò con Gian Galeazzo Visconti, signore di Milano (il “biscione”, simbolo della stirpe noto ancora oggi, richiama proprio la celebre città lombarda: ma Dante lo chiama “vipera”, a indicare la malvagità di costoro).

 

È probabile che Dante lo abbia conosciuto prima del suo trasferimento sull’isola: quando i ghibellini presero il potere a Pisa fu infatti esiliato, e tra il 1288 e il 1293 passò più volte a Firenze.

 

Il secondo personaggio a parlare con Dante è CORRADO MALASPINA. È un antenato dei signori della Lunigiana, famiglia di antica nobiltà che Dante per questo ammirava, contrapponendola alla “gente nova” dedita ai “sùbiti guadagni” che ormai sta diffondendosi per ogni dove, scalzando i vecchi signori.

 

Dante avrà modo di sperimentare di persona la generosità dei Malaspina, quando toccherà a lui l’esperienza dell’esilio e per un certo periodo verrà accolto nelle loro terre.

È ovvio quindi che intenda omaggiarli e tesserne le lodi.

 

 

(Johann Anton Ramboux – disegno per il Canto Ottavo del Purgatorio – 1827/1832)

 

 

FONTI:

 

La Divina Commedia, a cura di Siro A. Chimenz, UTET 2003
Purgatorio, Mondadori 2020, commento di Franco Nembrini, illustrazioni di Gabriele Dell’Otto
Purgatorio, a cura di Natalino Sapegno, La Nuova Italia 1992

 

Marco Santagata, Il racconto della Commedia. Guida al poema di Dante, Mondadori 2017

 

Enrico Malato (a cura di), Dizionario della Divina Commedia, Salerno Editrice 2018 (edizione speciale per il Corriere della Sera, 2 volumi, 2021)

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