DANTE, SENZA PAURA – PURGATORIO, CANTO 6

TRAMA

 

Dante è pressato da ogni parte dalle anime che implorano il suo aiuto, sperando nella promessa di una preghiera.

 

Si affollano intorno a lui come gli spettatori di un gioco di dadi intorno al vincitore, mentre il perdente è lasciato da solo a meditare sulla sua sconfitta.

 

Tra di esse ci sono tanti nobili e condottieri toscani.

 

Quando riesce a liberarsi e a stare un po’ tranquillo nella sua mente si affaccia però un dubbio.

 

Si rivolge dunque a Virgilio perché glielo chiarisca.

 

“Maestro, mi pare che una volta tu abbia scritto che i decreti del Cielo non possono essere cambiati per mezzo delle preghiere.

Ma allora tutta questa gente spera invano che questo possa avvenire? O sono io che non ho capito bene le tue parole?”

 

 

(Le anime si affollano intorno a Dante – disegno di Amos Nattini)

 

“Ho scritto proprio questo. Ma al contempo la speranza che vive in questa anime è ben riposta. Nel mio poema infatti la preghiera non poteva avere soddisfazione, perché non era rivolta al vero Dio.

È un dubbio legittimo e importante, e fai molto bene a portelo. Ma te lo chiarirà completamente colei che sarà la tua luce tra la ragione umana e l’intelletto di Dio.

Hai capito di chi parlo? Sì, è proprio Beatrice. Tu la incontrerai sulla cima di questo monte, piena di felicità.”

 

“Ora mi è passata la stanchezza. Andiamo avanti, maestro, poiché vedo che cominciano ad allungarsi le ombre.”

 

“Noi proseguiremo finché vi sarà la luce del giorno. Ma prima di arrivare in cima vedrai spuntare di nuovo il sole da dietro il monte.

Guarda, c’è un’anima che se ne sta lì sola soletta. Ci faremo indicare la via più veloce per salire.”

 

Si avvicinano, ma l’anima non li degna di uno sguardo. Si limita ad osservarli, sprezzante e altera come un leone in riposo.

 

Virgilio le si avvicina comunque, chiedendo se può mostrar loro la strada.

 

L’anima però non gli risponde, e anzi cambia discorso, chiedendo a lui e a Dante da dove vengano e chi siano.

 

Virgilio inizia a rispondere “Mantova”, e a questa sola parola l’anima si riscuote, viene verso di lui e lo abbraccia.

 

“O Mantovano, io sono Sordello, tuo conterraneo!”

 

Guardali, pensa Dante, o Italia asservita! In te c’è solo dolore, sei come una nave priva di timoniere che viene sballottata dalla tempesta! Non più signora di vaste province, ma volgare prostituta!

 

Quest’anima gentile ha accolto calorosamente un suo concittadino, mentre chi vive ancora non riesce a stare senza far la guerra, e persino nella stessa città ci sono discordie e divisioni.

 

O Italia miserabile, guarda fino alle tue coste, e poi al tuo interno, e vedi se per caso in qualche posto c’è pace.

 

A che è servito che l’imperatore Giustiniano ti desse un codice di leggi, se nessuno le fa rispettare?
Non ci fossero, la vergogna sarebbe minore.

 

O uomini di Chiesa, proprio voi che dovreste essere i più devoti, e lasciar sedere l’imperatore sul suo trono, guardate invece come l’Italia è ribelle, da quando siete voi a guidarla.

 

E tu, Alberto di Germania, che non ti curi dell’Italia quando invece dovresti governarla, sarai punito dal Cielo con un giusto castigo, tanto evidente che persino il tuo successore ne avrà timore.

 

Tu e tuo padre vi siete interessati solo della Germania, e avete abbandonato l’Italia, che pure è il giardino dell’impero.

 

Vieni, o uomo spietato, vieni a vedere come si combattono tra loro le famiglie dei Montecchi e dei Cappelletti, e quelle dei Monaldi e dei Filippeschi: i primi sono già sconfitti, e gli altri temono di esserlo a loro volta.

 

Vieni, o uomo crudele, vieni a vedere in quali pericoli si dibattono le famiglie nobili che ti appoggiano, e porta loro soccorso. Guarda la contea di Santafiora com’è decaduta!

Vieni, vieni a vedere la tua città di Roma, che giorno e notte ti chiama e piangendo chiede:
“Cesare mio, perché non sei qui con me?”

 

Vieni a vedere quanto la gente si odia l’un’altra!

 

E se a farti muovere non sarà la tua pietà verso di noi, che sia almeno la vergogna per il tuo dovere che non hai compiuto.

 

O Dio, che ti facesti crocifiggere per noi qui sulla terra, se mi è permesso chiederlo, sono forse i tuoi santi occhi rivolti altrove?
O stai invece preparandoci, nel fondo dei tuoi pensieri, un bene che va al di là della nostra limitata comprensione?

 

Tutte le città d’Italia sono piene di tiranni, e anche un signor nessuno può entrare in una qualche fazione per poi salire al potere.

 

O Firenze mia, sii contenta che questa mia invettiva non ti tocca. Devi dire grazie ai tuoi cittadini, che si impegnano sul serio.

 

Molti son coloro che hanno la giustizia nel cuore, ma non si esprimono se non dopo una lunga riflessione. Il tuo popolo, invece, è sempre pronto a parlare.

 

Molti rifiutano le magistrature e le cariche politiche che vengono loro offerte. Il tuo popolo invece, senza esser chiamato, risponde subito: “Le prendo io!”

 

Sii contenta, ne hai ben donde: sei ricca, in pace, e governata con saggezza!
Se sto dicendo il vero, lo proveranno i fatti.

Atene e Sparta, che nell’epoca antica ebbero tante leggi e furono molto civili, sono appena paragonabili a te.
I tuoi decreti sono così sottili che quelli promulgati a ottobre non arrivano a metà novembre.

 

Quante volte, fin da quando puoi ricordare, hai cambiato la legge, la moneta, le magistrature e i costumi, e hai rinnovato l’insieme dei tuoi cittadini!

Forse non lo capisci, ma sei come un’ammalata che si gira e rigira nel letto, pensando così di trovare sollievo al suo dolore.

 

 

(L’Italia nel 1299 – copyright Linn Atlas)

 

 

COMMENTO

 

Un Canto molto importante e molto complesso, che possiamo dividere in tre parti.

 

Nella prima Dante è ancora attorniato dalle anime che implorano un suo intervento in loro favore, e gli viene un dubbio teologico.

Sta pensando ad un passo dell’ Eneide – opera che, come ormai sappiamo, conosceva a fondo e direttamente – e precisamente a quello (Libro Sesto, verso 376) in cui la Sibilla nega ad un’anima il passaggio dell’Acheronte poiché il suo corpo è rimasto insepolto, dicendole che le sue preghiere non potranno mutare i decreti degli Dei.

Virgilio si limita a rispondere come abbiamo visto, pensando già al futuro incontro con Beatrice, che assai meglio di lui potrà risolvere il dubbio di Dante.

 

Le anime che si accalcano intorno a Dante appartengono a nobili e condottieri toscani. A noi non interessano tanto i loro nomi – famosi all’epoca ma oggi ignoti al grande pubblico – quanto il fatto che morirono tutti – di morte violenta – nelle varie guerre, faide, discordie che dividevano l’Italia. Un’anticipazione del tema della grande invettiva che sta per arrivare.

 

Nella seconda parte avviene l’incontro tra Virgilio e SORDELLO DA GOITO.
Questi, vissuto una generazione prima di Dante, era stato il più importante trovatore italiano.

I trovatori erano poeti che si esprimevano in lingua provenzale, quella che oggi chiamiamo langue d’ oc, ancora diffusa, parlata e tenacemente difesa, come tutta la cultura che ne deriva (che si chiama appunto “occitana”), nelle regioni a cavallo tra Italia e Francia.

 

Sordello da Goito visse una vita itinerante in varie corti dell’Italia Settentrionale, spingendosi fino in Provenza.
Proprio in Provenza è ambientato il suo componimento più celebre, un lamento funebre per la morte di un nobile locale.
Nel testo viene criticata aspramente la vita dei grandi nobili d’Europa, con termini e toni che Dante riprende più volte nel comporre la grande invettiva di questo Canto.

 

 

La terza parte è costituita proprio dalla lunga invettiva.

All’inizio è diretta contro l’Italia, con versi diventati celeberrimi e spessissimo citati, a volte anche a sproposito:

 

Ahi, serva Italia, di dolore ostello,
nave sanza nocchier in gran tempesta,
non donna di province, ma bordello !

 

L’accusa di Dante si sposta poi contro la Chiesa, o meglio contro gli uomini che ne fanno parte, con il Papa in testa.
La Chiesa dovrebbe limitarsi a esercitare il potere spirituale, invece si è presa anche quello temporale, che dovrebbe essere dell’imperatore.

 

Stiamo parlando, naturalmente, del sovrano del Sacro Romano Impero, la grande compagine statale dell’Europa centrale, fondato centinaia di anni prima da Carlo Magno.

In quest’epoca la Francia si è da tempo staccata dall’impero, e fa storia a sé.
L’impero è ora basato sulla Germania, e in teoria continua ad avere tra i suoi possedimenti anche tutta l’Italia settentrionale. Molti nobili italiani devono i propri titoli e i propri feudi agli imperatori germanici, e per questo li appoggiano.

 

Tuttavia gli imperatori, alcuni dei quali non sono stati nemmeno incoronati a Roma, non si curano dell’Italia, che sanno essere ribelle e complicata da gestire.

Ben si ricordano della sconfitta del loro avo Federico Barbarossa, che entrò presto nel mito e ancor oggi è presa come esempio – ma del tutto anacronistico! – della lotta per l’indipendenza dell’Italia.

 

Dante chiama in causa direttamente l’imperatore Alberto I d’Austria, della casata d’Asburgo (una dinastia, sappiamo noi oggi, destinata a un grande futuro).

Alberto d’Austria muore nel 1308. Il suo successore è quell’Arrigo VII su cui Dante riporrà tutte le sue speranze, che come abbiamo visto verranno presto deluse (lo abbiamo incontrato QUI: https://stefanotartaglino.it/dante-senza-paura-episodio-6-scrivere-in-esilio ).

 

Conclude infine la sua invettiva rivolgendosi a Firenze, che finge di lodare e lasciar fuori dalle accuse per poi affondare il colpo.

 

 

FONTI:

 

La Divina Commedia, a cura di Siro A. Chimenz, UTET 2003

Purgatorio, Mondadori 2020, commento di Franco Nembrini, illustrazioni di Gabriele Dell’Otto

Purgatorio, a cura di Natalino Sapegno, La Nuova Italia 1992

 

Marco Santagata, Il racconto della Commedia. Guida al poema di Dante, Mondadori 2017

 

Enrico Malato (a cura di), Dizionario della Divina Commedia, Salerno Editrice 2018 (edizione speciale per il Corriere della Sera, 2 volumi, 2021)

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