TRAMA
Dante lascia il gruppo di anime, ma è fermato dal grido di una di loro, che lo addita alle altre.
“Guardate! I raggi del sole non lo attraversano! Sembra che sia vivo!”
Si ferma e vorrebbe volgersi indietro per rispondere, ma Virgilio lo rimprovera:
“Perché te ne stai ancora qui? Che ti importa di quello che si dice tra costoro?
Vieni dietro a me, e lascia che questa gente bisbigli e faccia le sue congetture.
Tu devi essere come una torre, che rimane salda nonostante la furia dei venti.
Capita troppo spesso che una persona, distratta da un altro pensiero, dimentichi la meta che si è prefissata.”
Dante arrossisce per la vergogna, e si affretta a seguire il maestro.
Davanti a loro, su per la salita, c’è un altro gruppo di anime, che canta il Miserere in due cori distinti.
Anche loro si accorgono che i raggi del sole non attraversano il corpo di Dante, e un’esclamazione di meraviglia prende il posto del canto.
Due anime si staccano dal gruppo, e chiedono:
“Spiegateci in che condizione vi trovate”.
Virgilio risponde:
“Andate pure a riferire agli altri che il corpo di costui ha ancora su di sé la carne.
Se si sono fermati perché hanno visto la sua ombra, hanno di certo già capito. Vengano a rendergli onore, può darsi che sarà di grande utilità per loro.”
Le anime tornano di corsa indietro, più veloci di un fulmine che squarcia le nubi, più rapide delle stelle cadenti in una notte di agosto.
“Costoro che ti vengono a pregare sono molti” dice Virgilio a Dante “Continua a camminare, e intanto ascolta le loro parole.”
“Anima benedetta che vai verso la felicità eterna con il tuo corpo ancora intatto, rallenta un poco il passo.
Guardaci, e dicci se riconosci qualcuno di noi, così da portare notizie di lui nel mondo terreno.
Non andartene! Fermati un momento!
Noi tutti morimmo di morte violenta, e siamo stati peccatori fino all’ultimo istante di vita.
Solo in quel momento la luce di Dio ci illuminò, e capimmo il nostro errore.
Lasciammo la vita in pace con Lui, e ci tormenta il desiderio di vederLo.”
“O anime destinate alla salvezza, per quanto vi osservi non riesco a riconoscere nessuno di voi.
Ma se posso ugualmente fare qualcosa per aiutarvi, ditemelo, e lo farò. Lo giuro in nome di quella pace che vado cercando nei regni dell’aldilà, seguendo costui che mi fa da guida.”
Un’anima gli risponde:
“Siamo certi che ci aiuterai, anche se non lo giuri.
Io, che ti parlo da solo qui davanti agli altri, ti prego, se mai andrai nel territorio di Ancona, che si stende tra la Romagna e il Regno di Napoli governato da Carlo d’Angiò, porta il tuo favore per me nella città di Fano, così che le preghiere di chi è in grazia di Dio possano aiutarmi a purgare i miei gravi peccati.
Io nacqui lì. E le profonde ferite che causarono la mia morte mi furono inferte a Padova, proprio dove credevo di essere più al sicuro.
Me le inferse quello della casa d’Este, che grandemente mi odiava.
Se fossi fuggito in un’altra direzione, quando mi inseguivano, adesso sarei ancora vivo.
Ma mi diressi verso le paludi, dove le fitte canne e il fango mi fecero inciampare. Lì vidi tutto il mio sangue bagnare la terra.”
Un’altra anima si fa avanti, e inizia a parlare:
“Ti auguro si possa compiere il desiderio per soddisfare il quale hai intrapreso la salita del monte. E abbi pietà anche del mio!
Io sono BUONCONTE DA MONTEFELTRO. Né la mia vedova, Giovanna, né altri hanno cura della mia anima. Per questo sto in questa schiera con la fronte bassa.”
Dante gli chiede:
“Cosa mai ha potuto farti sparire nel giorno della battaglia di Campaldino, tanto che si ignora dove sia la tua tomba?”
“Oh! Ai piedi del Casentino la valle è attraversata da un corso d’acqua chiamato Archiano, che nasce dagli Appennini sopra l’Eremo di Camaldoli.
Là dove esso sfocia nell’Arno giunsi anch’io, ferito alla gola, fuggendo a piedi e macchiando la pianura con il mio sangue.
Lì persi la vista e la parola. Morii invocando il nome di Maria, caddi in quel punto, e lì rimase il mio corpo.
Quel che ora ti dirò è vero, e tu ripetilo quando tornerai tra i viventi.
L’angelo di Dio mi prese, ma quello infernale gli gridò contro, lamentandosi:
Tu che vieni dal Cielo, perché rubi a me l’ anima di costui ?
Per una piccola lacrima la sua anima è salva,
ma io ora farò strazio del suo corpo !
Tu sai bene che nell’aria si condensa il vapore acqueo, che poi si tramuta nuovamente in acqua quando arriva nella zona dell’atmosfera dove fa più freddo.
Quel demonio mise in moto la sua intelligenza votata al male, e con i suoi poteri chiamò il fumo e il vento.
Al tramonto fece calare una fitta nebbia su tutta la valle, poi radunò le nubi e comandò loro di aprirsi e lasciar cadere la pioggia.
Piovve così tanto che l’acqua non assorbita dalla terra riempì i fossati e i torrenti, che la riversarono con forza irresistibile nell’Arno.
L’Archiano, divenuto ribollente, trovò il mio corpo ormai freddo e lo scaraventò nell’Arno, sciogliendo le braccia che avevo unito in croce sul petto quando il dolore mi uccise.
Mi spinse fin sul fondo del fiume e rotolare lungo le rive, e alla fine mi coprì di detriti.”

(Morte di Buoconte da Montefeltro – illustrazione di Gustave Dorè)
Un terzo spirito si appella a Dante:
“Quando sarai tornato nel mondo e avrai ripreso le forze dopo questo lungo viaggio ricordati anche di me: sono PIA DE’ TOLOMEI.
Nacqui a Siena, e sono morta in Maremma: lo sa bene colui che mi prese in sposa e mi diede anche l’anello nuziale.”

(Pompeo Molmenti, Pia de’ Tolomei viene condotta in Maremma, 1853 – Verona, Galleria Civica di Arte Moderna e Contemporanea di Palazzo Forti)
COMMENTO
Un Canto che inizia con un momento molto umano, che certo molti avranno vissuto: l’allievo che viene sgridato dal maestro, e arrossisce di vergogna, sapendo di essere in difetto.
Dante è, qui, una persona come tutti noi, con le sue debolezze e fragilità.
Il gruppo di anime che incontra lungo la salita è formato sempre da coloro che si pentirono all’ultimo istante, ma nello specifico si tratta di coloro che morirono di morte violenta.
Il primo spirito non si presenta per nome, ma racconta la sua storia, dalla quale si può risalire alla sua identità.
Si tratta di IACOPO DEL CASSERO. Originario di Fano, di antica famiglia guelfa, ebbe come nemico il marchese Azzo d’Este, signore di Ferrara.
Questi voleva espandersi verso Bologna, città nella quale Iacopo era stato chiamato come potestà (ricordiamo che nella politica del tempo era usanza nei liberi Comuni affidare la carica di potestà a persone che venivano dall’esterno, in modo da garantire – almeno in teoria – una gestione super partes e comporre le discordie interne.).
Iacopo riuscì a contenere le mire di Azzo d’Este, che non gliela perdonò.
Qualche tempo dopo, dovendosi recare a Milano, cercò di evitare i territori degli Este, passando invece per quelli di Venezia. Ma a Padova fu raggiunto e ucciso dai sicari di Azzo.
Il secondo spirito si presenta invece orgogliosamente per nome.
Si tratta di BUONCONTE DA MONTEFELTRO, figlio di Guido, il grande condottiero ghibellino che abbiamo incontrato all’inferno, tra i Consiglieri Fraudolenti (https://stefanotartaglino.it/dante-senza-paura-inferno-canto-27).
Buonconte, anch’egli uomo d’arme di grande valore, morì nella battaglia di Campaldino (1289), quella a cui prese parte Dante stesso, dalla parte dei guelfi (ne abbiamo parlato qui: https://stefanotartaglino.it/dante-senza-paura-episodio-3-cittadino-di-firenze ).
Vale la pena di notare che anche l’anima di Buonconte, come quella del padre Guido, è oggetto di una contesa tra un inviato celeste (nel caso di Guido era San Francesco) e un demone infernale. L’altra volta aveva vinto il demonio, stavolta vince l’angelo.
E viene un po’ da parteggiare per il diavolo, che era certissimo della vittoria – avendo Buonconte commesso molti peccati in vita – e si vede sottrare la preda solo perché questi con il suo ultimo respiro ha invocato la Madonna.
Il terzo spirito è quello di una donna. Di sé dice poche parole, umilmente.
Si tratta di PIA DEI TOLOMEI. Il marito, un nobile di parta guelfa signore di un territorio in Maremma, l’avrebbe fatta uccidere per poter contrarre un nuovo matrimonio più vantaggioso politicamente.
In realtà l’identificazione di questa donna come appartenente alla famiglia dei Tolomei, data per sicura dagli antichi commentatori dell’opera di Dante, non è poi oggi così certa.
E ci si deve anche domandare quali peccati abbia commesso in vita, dato che si è pentita solo all’ultimo istante.
Fu certamente una vittima di femminicidio, al pari della più celebre Francesca da Rimini: ma, come abbiamo visto per Francesca, all’epoca l’uccisione di una donna non faceva notizia, e se non fosse per Dante non sapremmo niente di lei.
Una tradizione vuole che lei pure avesse un amante, e che il marito, scoperto il tradimento, l’abbia per questo uccisa.
Come Francesca, anche Pia divenne, nei secoli, emblema della donna sfortunata, dalla fine tragica: su entrambe vennero scritti poemi, romanzi, opere teatrali.

(Dante Gabriel Rossetti, Pia de’ Tolomei, 1868 – Lawrence, Texas, Spenser Museum of Art)
Dante ci ha parlato diffusamente di Francesca, ma a Pia dedica solo pochi versi.
Per questo c’è chi lo ha accusato di voler essere oscuro, ma non è così: la vicenda doveva essere ben nota al suo tempo, e non era il caso di dilungarsi.
La certezza sulla colpevolezza del marito però non c’era neanche allora: Dante, scegliendo di mettere in scena Pia come personaggio, prende posizione contro di lui.
FONTI:
La Divina Commedia, a cura di Siro A. Chimenz, UTET 2003
Purgatorio, Mondadori 2020, commento di Franco Nembrini, illustrazioni di Gabriele Dell’Otto
Purgatorio, a cura di Natalino Sapegno, La Nuova Italia 1992
Marco Santagata, Il racconto della Commedia. Guida al poema di Dante, Mondadori 2017
Marco Santagata, Le donne di Dante, Il Mulino 2021, pp. 156 – 158
Tommaso Di Salvo, Dante nella critica. Antologia di passi su Dante e il suo tempo, La Nuova Italia 1965, pp. 415 – 423
Enrico Malato (a cura di), Dizionario della Divina Commedia, Salerno Editrice 2018 (edizione speciale per il Corriere della Sera, 2 volumi, 2021)