DANTE, SENZA PAURA – PURGATORIO, CANTO 4

TRAMA

 

Quando l’anima di una persona è tutta volta a un sentimento, piacevole o doloroso, non si accorge di null’altro.

Se una persona è in questo stato non si rende nemmeno conto del tempo che passa.

 

Proprio questo capita a Dante, che tutto intento ad ascoltare la storia di re Manfredi non ha visto il sole salire sempre più nel cielo: quasi tre ore e mezza sono trascorse.

 

Intanto sono giunti in un punto della montagna dal quale è forse possibile tentare la salita.

Il gruppo di anime, dopo averglielo indicato, se ne va.

 

I luoghi più inaccessibili dell’Italia sono comunque raggiungibili a piedi, mentre qui a Dante tocca usare le ali: quelle, s’intende, del desiderio di seguire Virgilio, sua guida e sua speranza.

 

I due viandanti salgono per una spaccatura della roccia, così stretta ed erta che bisogna puntare bene i piedi e afferrare con le mani ogni possibile appiglio.

 

Giunti all’estremità di quel tratto di parete, in un punto libero da rocce, Dante chiede:

 

“Maestro, da che parte dobbiamo andare?”

 

E Virgilio risponde:

 

“Segui i miei passi, e attento a non mettere un piede in fallo. Andiamo avanti finché incontreremo qualcuno che sappia indicarci la via.”

 

La cima è ancora così lontana che quasi non si vede, e la pendenza della salita è superiore ai 45 gradi.

 

Dante è stanco, e implora Virgilio di fermarsi.

Il maestro lo esorta a salire ancora un poco, fino a un costone che gira tutto intorno alla montagna.

 

 

(Luca Signorelli, Scena dantesca dal Canto Quarto del Purgatorio – Orvieto, Duomo, Cappella di San Brizio – circa 1500)

 

Raggiuntolo, finalmente entrambi possono riposare, e si siedono, con lo sguardo rivolto al cammino percorso.

 

Dante vede il sole alla sua sinistra, e se ne stupisce, perché di solito a quell’ora la luce arriva da destra.

 

Virgilio, che nota il suo smarrimento, gli spiega:

 

“Se fossimo vicini al solstizio d’estate, quando il sole si trova nella costellazione dei Gemelli, tu lo vedresti ancora più a nord.

 

Per farti capire come questo sia possibile, tieni a mente che il monte Sion a Gerusalemme e questa montagna sono agli antipodi l’uno dell’altra.

Comprendi dunque che il percorso del sole, di cui Fetonte non seppe trattenere le briglie, passa da un fianco di un monte e dal fianco opposto dell’altro.”

 

“Ora mi è chiaro, maestro. Ora comprendo che il cerchio dell’Equatore, che si trova a metà del cielo più alto, è tanto lontano da qui verso nord quanto è lontano verso sud per chi sta a Gerusalemme.

Ma dimmi, se puoi, quanto ancora dobbiamo camminare, poiché non riesco nemmeno a intravedere la cima del monte.”

 

“Questa montagna è conformata in modo da essere molto ripida all’inizio, ma quanto più si va su, più agevole diventa il cammino.

 

Per questo, quando salire ti sarà facile come navigare su un fiume su una barca che segue la corrente, sarai giunto alla fine di questo percorso, e allora potrai riposare.

 

Non ti dico di più, ma so per certo che è così.”

 

Virgilio ha appena finito di parlare che un’altra voce si leva vicino a loro.

 

“Forse avrai bisogno di sederti ben prima!”

 

Entrambi si voltano, e vedono un enorme masso, del quale non si erano accorti.

Dietro di esso, sotto la sua ombra, stanno accasciate delle anime, in pose indolenti e pigre.

 

Dante indica a Virgilio un’anima che se ne sta seduta abbracciandosi le ginocchia, con la testa nascosta in mezzo.

 

“Guarda, maestro, costui sembra il ritratto stesso della pigrizia.”

 

L’anima lo guarda e lo apostrofa:

 

“Allora sali su tu, che sei così bravo!”

Dante lo riconosce, e nonostante sia ancora affannato per la salita va verso di lui.

 

Questi gli chiede:

 

“Hai capito, adesso, perché qui il Sole arriva da sinistra?”

 

A Dante i gesti lenti e le mezze parole pronunciate dall’altro fanno un po’ ridere.

Poi gli parla:

 

“Belacqua, ormai non provo più dolore per te. Ma dimmi, perché te ne stai seduto qua? Aspetti qualcuno che ti faccia da scorta o hai ripreso a comportarti come una volta, quando eri in vita?”

 

“Amico mio, perché mai dovrei affrettarmi a salire? L’angelo di Dio non mi lascerebbe accedere alle prove del Purgatorio.

 

Prima che io possa andare dovrà passare un tempo pari a quello che ho vissuto sulla terra, perché fino all’ultimo istante ho rifiutato di pentirmi.

Possono aiutarmi solo le preghiere di qualcuno che sia in grazia di Dio. Le altre non servono, perché il Cielo non le ascolta.”

 

Virgilio interrompe il colloquio, esortando Dante a riprendere il cammino.

 

“Andiamo, si sta facendo tardi. È già mezzogiorno, e sull’altra riva dell’oceano la notte sta coprendo il Marocco.”

 

 

COMMENTO

 

Un Canto abbastanza complesso, incentrato sulla teoria astronomica ritenuta vera all’epoca, che abbiamo già più volte ricordato.

 

Diciamo subito, allontanandoci per un momento dal testo, che agli uomini del tempo era ben noto che la Terra è rotonda.

Oggi si pensa, sbagliando, che nel Medioevo tutti credessero che la Terra fosse piatta, ma non è affatto così. Si tratta di un mito nato secoli dopo, quando si diffuse l’immagine, anch’essa falsa, del Medioevo come epoca di superstizione e ignoranza.

 

Secondo la teoria astronomica del tempo di Dante le terre emerse si trovavano tutte nell’emisfero settentrionale, e Gerusalemme era il centro del mondo.

Agli antipodi della Città Santa, nell’emisfero meridionale coperto interamente dalle acque, si innalzava la montagna del Purgatorio.

 

Ora Dante si trova proprio sul monte, perciò vede tutto al contrario rispetto a come è abituato, a partire dal Sole nel cielo. L’Equatore, ad esempio, qui è a nord, non a sud.

 

Avendo chiare le leggi del luogo, il cammino può riprendere, fino all’incontro con il protagonista di questo Canto.

 

Dante lo chiama per nome: BELACQUA.

 

È il soprannome di un suo amico, che in vita – se è corretta l’identificazione dei commentatori antichi e moderni – si chiamava Duccio di Buonavia, ed era un artigiano che costruiva strumenti musicali.

 

Vicino di casa di Dante, era noto per la sua pigrizia, come ricorda il poeta sorridendo.

 

Qui è appena all’inizio del cammino di purificazione, e mantiene ancora l’atteggiamento indolente che ebbe da vivo.

 

La schiera di cui fa parte è quella degli spiriti NEGLIGENTI, che attesero l’ultimo istante per pentirsi dei propri peccati.

Per questo devono rimanere fuori dal Purgatorio per un tempo pari alla durata della loro vita. Solo allora l’angelo li lascerà passare. Potranno a quel punto accedere alle pene previste per ottenere la purificazione.

 

Anche Belacqua, come Manfredi, spera che qualcuno si ricordi ancora di lui, e preghi per la sua anima: in questo modo il tempo di attesa potrà essere abbreviato.

 

 

FONTI:

 

La Divina Commedia, a cura di Siro A. Chimenz, UTET 2003

 

Purgatorio, Mondadori 2020, commento di Franco Nembrini, illustrazioni di Gabriele Dell’Otto

 

Purgatorio, a cura di Natalino Sapegno, La Nuova Italia 1992

 

 

Marco Santagata, Il racconto della Commedia. Guida al poema di Dante, Mondadori 2017

 

Enrico Malato (a cura di), Dizionario della Divina Commedia, Salerno Editrice 2018 (edizione speciale per il Corriere della Sera, 2 volumi, 2021)

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