DANTE, SENZA PAURA – PURGATORIO, CANTO 3

TRAMA

 

Le anime, sollecitate dal rimprovero di Catone, corrono verso il monte. E anche Dante, seguendo Virgilio, si affretta dietro di loro.

 

Il poeta nota come il maestro sembri turbato per essersi lasciato incantare egli pure dalla voce di Casella: che animo nobile, pensa, tanto da rimproverare sé stesso per un errore così piccolo.

 

Terminata la corsa Dante riprende fiato. Il sole è dietro di lui, e ne proietta l’ombra in terra.

Non vede però quella di Virgilio, e si volge indietro, temendo di essere stato lasciato solo.

 

“Ti ho accompagnato fin qui” lo riprende il maestro “e nonostante tutto quello che abbiamo passato hai ancora paura che ti abbandoni?

 

È già calata la sera là dove è sepolto il mio corpo che proiettava l’ombra.

Ora si trova a Napoli, ma lo persi a Brindisi.

 

Così come la mia anima non dà forma a un’ombra, allo stesso modo un cielo non impedisce all’altro che la luce gli passi attraverso.

 

È la Potenza di Dio a far sì che le nostre anime, pur prive ormai di corpo, sentano il dolore, il caldo e il freddo.

Ma non vuole che si sappia come fa.

È matto chi vuole comprendere con la sola ragione le vie infinite di Dio, che è formato da una sola sostanza in tre persone.

 

O uomini, RICORDATE BENE CIÒ CHE È: se aveste potuto vedere nella mente di Dio non sarebbe stato necessario che Cristo scendesse sulla terra.

 

Già avete visto molti desiderare invano ciò: se il loro desiderio, che è diventato la loro pena, avesse potuto essere soddisfatto, sarebbe stato fatto.

Sto parlando di Platone, di Aristotele e di molti altri.”

 

Qui Virgilio si interrompe e china il capo, come turbato da un amaro ricordo.

 

Intanto sono giunti alle pendici del monte. È così ripido che sembra inutile anche solo provare a scalarlo.

Al confronto, la costa ligure tra Lerici e La Turbie, piena di crepacci e creste frastagliate, è facilissima da salire.

 

“Chi può dirci” domanda allora Virgilio “da quale parte la via è accessibile, così che possa salire anche chi non ha le ali?”

 

Mentre il maestro cerca una soluzione, Dante volge lo sguardo intorno al monte.

Ed ecco che, da sinistra, vede avvicinarsi a passo lento un gruppo di anime.

 

“Guardate, maestro, ecco chi ci potrà aiutare.”

 

“Andiamo verso di loro, perché camminano piano. E tu, diletto figlio, abbi speranza.”

 

Si avvicinano alle anime, percorrendo una distanza pari a mille passi, la gittata che un buon lanciatore potrebbe coprire tirando un sasso.

Ma quelle si fermano, stringendosi alla parete rocciosa, come spaventate da qualcosa.

 

“O anime morte in grazia di Dio, o spiriti già votati alla salvezza, in nome di quella pace eterna che credo attenda voi tutti, diteci da dove è possibile salire al monte. Chi le cose le sa non vuol perder tempo.”

 

Ma gli spiriti non rispondono, timidi e timorosi come le pecore che escono dalla stalla a una a una, e se la prima si blocca anche le altre si fermano, senza sapere perché.

 

 

(Giuseppe Pellizza da Volpedo – Lo specchio della vita (E ciò che l’una fa le altre fanno) – 1895-1898 – Torino, Galleria Civica d’Arte Moderna)

 

Alcune si fanno avanti, ma quando si accorgono che il corpo di Dante proietta l’ombra a terra, e dunque è vivo, si ritraggono, e quelle dietro le imitano.

 

“Prima che lo domandiate” interviene Virgilio “sappiate che il corpo di costui è ancora di carne e sangue. Non stupitevi, poiché è per volere del Cielo che egli pure cerca di raggiungere la vetta del monte.”

 

“Fateci strada voi, allora” rispondono le anime, accompagnando le parole con gesti delle mani.

 

Una di loro si rivolge direttamente a Dante:

 

“Non so chi tu sia, ma prima di andare fermati un momento. Guardami, e dimmi se là sulla terra mi hai già visto.”

 

Dante osserva bene lo spirito. È bello, biondo e di nobile aspetto, ma con la fronte squarciata da una ferita.

Ammette di non conoscerlo.

 

“Ora vedrai” risponde l’altro, mostrandogli una ferita al centro del petto.

 

Poi, sorridendo, si presenta:

 

“Io sono MANFREDI, nipote dell’imperatrice Costanza. Te ne prego, quando tornerai sulla terra, và da mia figlia, madre degli eredi al trono di Sicilia e d’Aragona, e rivelale la verità sulla mia sorte, poiché temo che nel mondo girino false storie su di me.

 

Dopo aver subito due ferite mortali resi l’anima, piangendo, a Colui che volentieri perdona chi si rimette alla Sua grazia.

 

Commisi dei peccati orribili, ma la bontà di Dio è tanto grande che abbraccia chiunque si rivolga a lei.

 

Se il vescovo di Cosenza, che ricevette ordine dal Papa Clemente IV di darmi la caccia, avesse tenuto presente questo, le mie ossa si troverebbero ancora presso il ponte vicino a Benevento, protette sotto un mucchio di sassi.

Ora invece sono esposte alla pioggia, fuori dalla terra consacrata, dove lui le fece trasportare a luci spente, come si fa con gli eretici.

 

La scomunica ricevuta dai preti non è sufficiente a far perdere l’amore di Dio, che può tornare finché c’è un barlume di speranza.

 

Ma chi muore scomunicato, anche se si pente nell’ultimo istante, deve attendere ai piedi del monte per un tempo pari a trenta volta la durata della sua vita.

 

Però le preghiere di chi è rimasto sulla terra possono abbreviare questa attesa.

 

Capisci dunque quanto mi puoi essere d’aiuto se dirai all’altra Costanza, mia figlia, che mi hai incontrato qui, e le riveli l’esistenza di questa legge: perché qui si va avanti molto grazie a chi è ancora sulla terra.”

 

 

COMMENTO

 

Siamo ancora nella zona detta dell’ ANTIPURGATORIO, una sorta di vestibolo, di anticamera del secondo regno ultraterreno.

 

Qui Dante immagina che si trovino le anime di coloro che, pur avendo peccato grandemente in vita, si siano pentite all’ultimo istante, rimettendosi alla misericordia di Dio.

 

Sono divise in diverse schiere. A quella incontrata nel canto appartengono gli spiriti di coloro che morirono mentre erano stati scomunicati dalla Chiesa.

 

La scomunica viene comminata dall’autorità ecclesiastica, che è pur sempre umana, e dunque non ha il potere di impedire all’amore di Dio di accogliere il pentimento.

 

Tuttavia morire al di fuori della comunione con la Santa Chiesa ha un costo: un’attesa pari a trenta volte la durata della propria vita.

Solo dopo questo tempo le anime pentite in extremis potranno accedere al Purgatorio vero e proprio.

Qui dovranno scontare i tormenti necessari a purificarsi per poter poi, alla Fine dei Tempi, salire al Cielo.

 

Questa attesa può però essere abbreviata grazie alle preghiere in suffragio pronunciate dai vivi.

Una teoria, questa, ben presente nelle credenze religiose del tempo, che Dante accoglie e utilizza.

 

Prima dell’incontro con le anime Virgilio – prendendo le mosse dalla questione dell’ombra – fa a Dante un lungo discorso, incentrato sulla volontà di Dio e sui limiti della ragione umana.

 

A una prima lettura sembra una critica della ragione stessa, tanto che viene usato l’appellativo “matto” per chi tenta di penetrare con essa il mistero di Dio.

Vengono anche ricordati gli spiriti del Limbo, schiera a cui lo stesso Virgilio appartiene, che desiderarono conoscere Dio e che ora hanno quello stesso desiderio come pena eterna.

 

Ma teniamo presente che Dante, invece, ha sempre in bocca domande, chiarimenti, richieste di spiegazioni.

Non si accontenta della risposta preconfezionata “È il volere di Dio”. Vuole CAPIRE. Lo ha fatto nell’inferno, lo farà qui nel Purgatorio e poi ancora in Paradiso.

 

Ed è proprio la nascita in terra di Cristo, partorito da Maria, a dare la possibiltà all’Uomo di capire Dio.

La conoscenza, valore proprio dell’Uomo, prima di Cristo aveva solo la ragione come strumento per capire. Ora invece, grazie all’avvento del Figlio di Dio, può assumere una forma nuova.

 

Non viene sostituita dalla Fede, ma si trasforma grazie ad essa.

 

Virgilio e i grandi filosofi del passato sono condannati a rimanere con la sola ragione, senza poter accedere alla nuova conoscenza.

Ora sanno che c’è, ma non potranno mai sperimentarla: è questa la loro pena, il loro eterno tormento.

 

Chi invece ha rischiato di perdere tutto sono gli SCOMUNICATI, che però si sono pentiti all’ultimo istante.

Se il pentimento è sincero, Dio nella sua infinita bontà li accoglie nuovamente, ma con l’aggiunta del periodo di attesa che abbiamo visto.

 

Tra di essi è il protagonista di questo Canto: MANFREDI.

 

Si tratta del figlio di Federico II, imperatore del Sacro Romano Impero e sovrano del Regno di Sicilia. (Lo abbiamo trovato citato nel girone infernale degli Eretici, condannati alle tombe di fuoco: https://stefanotartaglino.it/dante-senza-paura-inferno-canto-10 )

 

I commentatori moderni hanno notato, grazie ad un passo del De Vulgari Eloquentia (I, XII, 4), che Dante ha in realtà una buona opinione dei due sovrani, sia il padre che il figlio: riconosce loro buon governo e interventi in favore della cultura (è appena il caso di ricordare che l’Università di Napoli fu fondata proprio da Federico II, di cui ancora oggi porta il nome).

 

 

(Salvatore Lovaglio, RE MANFREDI, 2015, statua equestre in bronzo, Manfredonia (FG) – la città fu fondata da Manfredi stesso nel 1256)

 

Manfredi, come il padre, si oppose alla Chiesa, e venne anch’egli scomunicato.

Cercò infatti di radunare sotto le sue insegne tutti i Ghibellini d’Italia, ma venne sconfitto a Benevento, dove trovò la morte.

 

Erano questi i suoi orribili peccati. Dante, che come ormai sappiamo nella prima metà della sua vita era stato di parte guelfa, non poteva averlo in simpatia.

Come per il padre, tiene separato il giudizio sulle sue capacità di governo da quello sulle sue qualità morali e personali.

 

Perché dunque lo mette tra i salvati?

Perché gli serve come esempio per sottolineare la grandezza dell’amore di Dio, che può comprendere anche chi si è messo contro la Chiesa, anche chi è stato colpito da scomunica.

 

Manfredi fu, di fatto, una vittima dei maneggi dei Papi francesi, che chiamarono in Italia il loro conterraneo Carlo d’Angiò e a lui affidarono il regno di Sicilia

 

(che però non riuscirà a mantenere, dovendosi scontrare con gli spagnoli del regno di Aragona: uno scontro che darà origine al celebre episodio dei Vespri Siciliani, tanto celebrato dalla retorica risorgimentale come uno dei momenti fondativi dell’identità italiana ma in realtà semplice passaggio cruento di consegne tra due potenze straniere).

 

 

FONTI:

 

La Divina Commedia, a cura di Siro A. Chimenz, UTET 2003

 

 

Purgatorio, Mondadori 2020, commento di Franco Nembrini, illustrazioni di Gabriele Dell’Otto

 

Purgatorio, a cura di Natalino Sapegno, La Nuova Italia 1992

 

 

Marco Santagata, Il racconto della Commedia. Guida al poema di Dante, Mondadori 2017

 

Enrico Malato (a cura di), Dizionario della Divina Commedia, Salerno Editrice 2018 (edizione speciale per il Corriere della Sera, 2 volumi, 2021)

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