TRAMA
Il sole si leva sopra l’orizzonte, mentre all’altro capo del mondo cala la notte.
I due pellegrini sono ancora fermi sulla spiaggia, coi pensieri rivolti al cammino che li attende.
D’improvviso sul mare appare una luce, simile a quella emanata dal pianeta Marte quando è colpito dai raggi del mattino e sembra rosso fuoco.
La luce si avvicina rapidamente, più veloce d’ogni cosa umana.
Dante distoglie appena un momento gli occhi, per rivolgerli a Virgilio, e quando la guarda di nuovo è già accanto a loro.
Dentro di essa cominciano a distinguersi forme d’un bianco purissimo.
Virgilio resta ancora in silenzio, ma quando s’avvede che il biancore è quello di un paio di grandi ali grida a Dante:
“Presto, inginocchiati e unisci le mani in preghiera. Ecco l’angelo di Dio! D’ora in avanti ne vedrai molti.
Osserva come non usa strumenti umani: non impugna alcun remo, ma naviga tra punti così lontani solo con le sue ali eterne.”
L’angelo sta infatti conducendo una barca, che scivola senza peso sulla superficie del mare. È ritto a poppa, e sul fondo sono seduti moltissimi spiriti.
Tutti innalzano un canto, intonando quel salmo che inizia così: “Quando Israele uscì dall’Egitto…”.
Poi l’angelo li benedice con il segno della croce, ed essi scendono sulla spiaggia. Subito dopo l’angelo se ne va, rapido com’era venuto.
Il sole è ormai alto nel cielo. Il gruppo degli spiriti sembra disorientato, come se non sapesse dove si trova.
Così chiedono a Dante e Virgilio:
“Mostrateci, se la conoscete, la via per salire al monte.”
Virgilio risponde:
“Forse pensate che noi conosciamo questo luogo, ma in realtà siamo pellegrini proprio come voi.
Siamo giunti qui poco prima di voi, ma per un’altra strada, così dura e difficile che al confronto salire questo monte sarà facilissimo.”
Le anime si avvedono che Dante è vivo, perché respira ancora. Impallidiscono per la sorpresa, e si accalcano intorno a lui, desiderose di sapere e quasi dimenticando di intraprendere il cammino verso la purificazione.
Una di esse si avvicina a Dante e lo abbraccia con grande affetto. Lui cerca di ricambiare l’abbraccio, ma per tre volte afferra solo l’aria.
Ora è lui ad esser sorpreso. Si discostano un poco dal gruppo, e finalmente ne riconosce il volto.
“Ti volli bene quando portavo il mio corpo mortale, e te ne voglio ora” gli dice l’anima “Per questo mi fermo un poco. Ma tu, perché sei qui?”
“Oh, Casella, è proprio per tornar qui un’altra volta che ho intrapreso questo viaggio. Ma tu perché arrivi solo adesso, dopo tanto tempo che hai lasciato la vita?”
“Non ho subito ingiustizie. Fu il volere di Dio a far sì che l’angelo mi abbia più volte impedito di salir sulla sua barca. In verità sono ormai tre mesi che ha permesso a tutti di iniziare il viaggio.
E dunque anch’io, che ero in attesa alla foce del Tevere e guardavo il mare, fui accolto da lui con ogni benevolenza.
Ora lui sta tornando proprio là, perché è il punto in cui si raccolgono le anime che non sono destinate all’Acheronte.”
“Se la legge che governa questo luogo non ti ha tolto la memoria e la capacità di cantare quei versi che molte volte placarono le mie angosce, ti prego di intornarli e con essi consolare la mia anima, che essendo giunta qui con appresso il corpo è assai affaticata.”
“Amor che nella mente mi ragiona…” comincia a cantare Casella.
La dolcezza del canto è tale che tutte le anime si fermano ad ascoltare, e con loro anche Virgilio, come se nient’altro occupasse loro la mente.
Ma ecco riapparire Catone, che li rimprovera aspramente:
“Che state facendo, voi spiriti pigri? Perché siete ancora qui? Forza, correte verso il monte, a liberarvi di quei peccati che vi impediscono di vedere Dio!”
Come i colombi che becchettano tranquilli il cibo e d’improvviso volano via spaventati da qualcosa, così quelle anime smisero di ascoltare il canto e iniziarono la salita.
Dante e Virgilio li seguono con non minore rapidità.

Joseph Anton Koch, La barca del Purgatorio, affresco nella Stanza di Dante di Villa Giustiniani al Laterano, Roma, 1825 – 1829
COMMENTO
Le anime trasportate dalla barca intonano il Salmo n. 113, che ricorda l’esodo degli Ebrei dall’Egitto, come raccontato nell’Antico Testamento.
Non è una scelta casuale. Al pari degli Ebrei liberatisi dalla schiavitù, così gli esseri umani sono stati liberati dal Peccato Originale grazie alla venuta di Cristo.
E cantano in coro, tutti insieme. È il primo simbolo di una nuova vita, di una nuova visione. Non più solitudine, isolamento, reciproche accuse, come nell’inferno. Qui c’è una comunione di intenti, una volontà unitaria.
Anche se qualcuno si attarderà per strada – siamo pur sempre nel Purgatorio, il paradiso è ancora lontano – non perderà mai più di vista la meta ultima, né prenderà più la strada dell’errore e del peccato.
Tra le anime condotte sulla barca dell’angelo Dante riconosce un suo amico: è il musico Casella, di cui però non sappiamo altro.
Possiamo solo dire che era già morto nel 1300, quando il Papa Bonifacio VIII indisse il primo Giubileo.
Dante cerca per tre volte di abbracciare l’anima di Casella, ma naturalmente non vi riesce, perché le anime sono senza corpo.
Questa scena è ripresa, guarda un po’, dall’ Eneide: Enea, sceso negli Inferi, incontra l’anima del padre Anchise, morto di vecchiaia durante il viaggio.
Si può inoltre cogliere un altro aspetto.
Qui nel Purgatorio i defunti sono veramente immateriali, quasi dei fantasmi.
Nell’inferno invece i dannati, pur essendo anch’essi anime, conservano – almeno a livello poetico, nella costruzione di Dante – una certa corporeità e materialità, necessaria per sentire il dolore delle pene loro inflitte.
Dante immagina che le anime destinate al Purgatorio si radunino alle foci del Tevere, ma prima di salire sulla barca dell’angelo debbano attendere per un certo periodo: però grazie alle indulgenze concesse in occasione del Giubileo potevano abbreviare questa attesa (questo non lo dice Dante, ma la teologia del tempo).
È appena il caso di sottolineare il contrasto tra la barca dell’angelo, ministro di Dio dalle bianche e soffici ali piumate, puro e luminoso, e quella di Caronte, l’orrendo demonio che naviga sulle oscure acque dell’Acheronte.
La canzone intonata da Casella, Amor che nella mente mi ragiona, è una di quelle composte da Dante, ed è contenuta insieme ad altre nel Convivio.
Naturalmente non si tratta di una canzone nel senso moderno del termine.
All’epoca di Dante le “canzoni” erano componimenti poetici. Nel caso del Convivio, che è un’opera in prosa, servivano a presentare in versi dei concetti che vengono poi spiegati attraverso un commento.
È possibile che Casella abbia effettivamente messo in musica il componimento di Dante, e che lo abbia cantato accompagnandosi con uno strumento.
Ma non lo sapremo mai.
FONTI:
La Divina Commedia, a cura di Siro A. Chimenz, UTET 2003
Purgatorio, Mondadori 2020, commento di Franco Nembrini, illustrazioni di Gabriele Dell’Otto
Purgatorio, a cura di Natalino Sapegno, La Nuova Italia 1992
M. Marti, “Canto Secondo del Purgatorio”, in Tommaso Di Salvo, Dante nella critica. Antologia di passi su Dante e il suo tempo, La Nuova Italia 1967, pag. 397 – 404
Marco Santagata, Il racconto della Commedia. Guida al poema di Dante, Mondadori 2017
Enrico Malato (a cura di), Dizionario della Divina Commedia, Salerno Editrice 2018 (edizione speciale per il Corriere della Sera, 2 volumi, 2021)