DANTE, SENZA PAURA – PURGATORIO, CANTO 15

TRAMA

 

In Purgatorio sono le tre del pomeriggio, mentre in Italia è già mezzanotte.

 

Girando tutto intorno al monte i due pellegrini hanno ora il sole di fronte.
Ma ecco che una luce ancora più luminosa li colpisce, tanto che Dante deve coprirsi gli occhi con le mani per sostenerne lo splendore.

 

“Maestro, cos’è che manda questa luce così intensa, e che sembra muoversi verso di noi?”

 

“Non devi meravigliarti per il fatto di essere ancora abbagliato alla vista di un angelo. È il messaggero che ci esorta a salire.

 

Tra non molto potrai vederli senza difficoltà, e ne proverai un piacere tanto grande quanto ne può la tua natura umana.”

 

Giunti al cospetto dell’angelo, questi dice loro:

“Entrate da qui, dove la scala è meno ripida che altrove.”

 

Mentre salgono, dietro di loro si odono voci che intonano canti di lode:

 

“Beati i misericordiosi!”
“Gioisci, tu che hai ottenuto la vittoria!”

 

Sono soli, e Dante ne approfitta per una domanda:

 

“Cosa voleva dire Guido del Duca quando ha parlato di divieto e di consorte?”

 

“Ora comprende quale danno gli ha portato la sua colpa più grande.
Perciò non c’è da meravigliarsi se ora ci ammonisce a tenercene lontani, così che poi non avremo da piangere troppo a causa di quella.

 

Gli uomini sbuffano spinti dal mantice dell’invidia, perché desiderano quei beni di cui, per il fatto stesso di doverli condividere con altri, non rimane a ciascuno che una piccola parte.

 

Ma se l’amore che fa muovere il cielo più in alto di tutti rivolgesse i vostri desideri verso il Bene del Paradiso non avreste più quel timore in cuore. Là infatti quanto più si condivide tanto più grande è la parte che tocca a ciascuno, e tanto più l’amore arde in quel luogo benedetto e santo.”

 

“Questa volta non sono soddisfatto della vostra risposta, maestro, e anzi ho in testa un dubbio ancora più grande.

Come è possibile che un bene, distribuito tra molti, faccia ciascuno più ricco che se fosse diviso tra pochi?”

 

“Tu stai continuando a guardare le cose terrene, e per questo vedi il buio là dove c’è la vera Luce.

 

Il Bene supremo che sta lassù, impossibile da descrivere con parole umane, si volge verso chi lo cerca.

Esso si dona tanto quanto l’uomo è disposto a ricevere: e così, più uno è pronto ad accoglierlo, più l’amore di Dio si concede.

E quante più persone che stanno là nel cielo più alto lo prendono dentro di sé, tanto più questo cresce, e ognuno lo dona all’altro, come in uno specchio.

 

Se il mio discorso ancora non ti ha convinto, presto vedrai Beatrice: lei ti scioglierà questo e ogni altro dubbio.

 

Ora però fai in modo che ti siano cancellati anche gli altri cinque segni, come già hai fatto per i primi due grazie al tuo pentimento.”

 

Dante vuol ringraziare Virgilio delle sue parole, ma prima che possa aprir bocca si accorge che sono arrivati sulla nuova cornice. E la curiosità per il nuovo luogo lo fa tacere.

 

Subito infatti si forma di fronte a lui una visione.

Una folla è radunata in un tempio. Entra una donna, che con materna sollecitudine dice:
“Figlio mio, perché ci hai fatto preoccupare? Tuo padre e io ti stavamo cercando.”

 

 

(Dirck van Baburen, Gesù tra i Dottori della Legge, 1622 – Oslo, Museo Nazionale)

 

Poi la visione scompare, ma è subito sostituita da un’altra.

 

Una donna, il volto rigato da lacrime di sdegno, si rivolge bruscamente a un uomo, dicendogli:
“O Pisistrato, tu che sei il re di questa città, per dare il nome alla quale ci fu grande contesa tra gli Dei e da cui ogni scienza si spande per il mondo, prendi la tua vendetta su colui che osò abbracciare nostra figlia.”
Ma il re le risponde molto tranquillamente:
“Se dobbiamo far del male a quelli che si amano, cosa faremo a quelli che ci odiano?”

 

E dopo questa un’altra visione si forma.

Molte persone adirate lanciano pietre contro un giovane uomo, e gridano “Ammazzalo, ammazzalo!”.
Il ragazzo cade a terra morente, ma anche con l’ultimo sguardo si rivolge al Cielo e prega Iddio di perdonare i suoi persecutori.

 

 

(Rembrandt, Lapidazione di Santo Stefano, 1625 – Lione, Musée des Beaux-Arts)

 

Anche l’ultima visione svanisce.
Dante si sente come appena risvegliato da un sogno, e capisce che ciò che ha visto era reale.

 

Virgilio, che lo ha visto riprendersi, gli chiede:

 

“Cosa ti è successo? Hai camminato a lungo, ma avevi gli occhi velati e le gambe piegate, come uno che si è addormentato o che ha bevuto troppo.”

 

“Maestro, se mi ascolti ti dirò cosa ho visto mentre non riuscivo a controllare le gambe.”

 

“Se anche il tuo volto fosse coperto da cento maschere io riuscirei a vedere i tuoi pensieri, anche i più piccoli e nascosti.

 

Quelle visioni ti sono state mostrate perché tu accetti di aprire il tuo cuore alla concordia eterna che discende da Dio.

 

Ti ho chiesto cosa avessi anche se lo sapevo perfettamente. L’ho fatto per spronarti a camminare più in fretta, come si fa con le persone pigre quando si risvegliano dal sonno e sono lente a riprendere i movimenti.”

 

I due viandanti camminano verso la sera che scende, guardando avanti quel tanto che permettono I raggi obliqui del sole.

 

Ma ora di fronte a loro si innalza un fumo denso e scuro come la notte, che toglie la visuale e l’aria limpida.

 

 

COMMENTO

 

In questo Canto si passa dalla cornice degli Invidiosi alla successiva, ma Dante-personaggio non ha ancora ben chiare alcune cose.

 

Si riferisce in particolare all’esclamazione di Guido del Duca riguardo i beni terreni.
(ricordate? https://stefanotartaglino.it/dante-senza-paura-purgatorio-canto-14)

 

Virgilio gli spiega pazientemente che è proprio l’Invidia a tenere gli uomini con gli occhi fissi verso terra, invece che volgerli al Cielo: se alzassero lo sguardo vedrebbero l’amore di Dio, che è tanto grande da dare una parte maggiore a ciascuno anche se è diviso tra molte persone.

 

Dante-personaggio non è ancora convinto, e pretende una risposta più esauriente.

 

Virgilio lo rimprovera perché anche lui sta continuando a guardare giù invece che su.
In Paradiso, nel cielo più alto di tutti, l’Empireo, ogni cosa è ricolma dell’amore di Dio: ciascuna anima che lì si trova lo condivide con le altre, e questo fa sì che non ci siano più divisioni inique, tali da suscitare invidia, ma ognuno ha quanto gli spetta.

 

Già sulla terra infatti, più si è pronti ad accogliere l’amore di Dio più questo scende nei cuori degli uomini, e ciascuno riceve ciò che è disposto a dare.

 

Completato il percorso circolare su questa cornice si passa alla successiva, invitati dall’angelo. Non viene qui descritto l’atto di cancellazione della P, ma è ovvio che Dante-personaggio si è pentito della, pur poca, invidia che ha provato ed è pronto a lasciarsela alle spalle.

 

Giunti sulla nuova cornice Dante viene accolto da tre visioni successive.

 

La prima è il celebre episodio, descritto nel Vangelo di Luca, di Gesù tra i Dottori della Legge.
Da bambino Gesù scomparve per tre giorni: Giuseppe e Maria lo cercarono a lungo, e infine lo trovarono nel Tempio di Gerusalemme, a discutere da pari a pari con gli studiosi della Legge ebraica.

 

La seconda metta in scena un aneddoto tratto, per una volta, dalla storia greca e non dalla mitologia.
La città di cui si sta parlando è ATENE. Oltre ad essere definita come il luogo d’origine di ogni scienza, che da qui si espande per il mondo, ne viene ricordata l’origine mitica, che vide due divinità, Atena (Minerva) e Poseidone (Nettuno) entrare in contesa per diventarne il nume tutelare.
Siamo nel Sesto Secolo avanti Cristo. Pisistrato era il tiranno della città: all’epoca questa parola non aveva connotazione negativa, pur designando un potere monarchico e personale.
L’episodio è narrato da un autore latino e ripreso da fonti medioevali, ed è forse in queste che Dante lo ha letto.

 

 

(Contesa tra Atena e Poseidone – ricostruzione del frontone occidentale del Partenone – immagine tratta da Wikipedia)

 

La terza visione rappresenta il martirio di Santo Stefano, narrato negli Atti degli Apostoli.
Stefano, come noto, fu il primo martire a dare la vita per testimoniare la sua fede in Cristo, e venne lapidato da un gruppo di esaltati.

 

Queste visioni hanno lo stesso significato delle voci sentite più giù, e dei bassorilievi visti ancora prima: esortano a rifuggire uno specifico peccato mostrando esempi contrari.

 

Ma ecco che il cammino dei due viandanti è interrotto dal levarsi di un fumo nero e spesso.

 

Se facciamo mente locale e capiamo dove ci troviamo, possiamo anche facilmente capire cosa rappresenti.

 

FONTI:

 

La Divina Commedia, a cura di Siro A. Chimenz, UTET 2003
Purgatorio, Mondadori 2020, commento di Franco Nembrini, illustrazioni di Gabriele Dell’Otto
Purgatorio, a cura di Natalino Sapegno, La Nuova Italia 1992

 

Marco Santagata, Il racconto della Commedia. Guida al poema di Dante, Mondadori 2017

 

Enrico Malato (a cura di), Dizionario della Divina Commedia, Salerno Editrice 2018 (edizione speciale per il Corriere della Sera, 2 volumi, 2021)

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