TRAMA
Due anime si accorgono che qualcuno sta passando vicino a loro. E si rendono conto che è ancora vivo, e che può aprire gli occhi.
“Chi sarà mai costui?”
“Non lo so, ma c’è un altro che lo accompagna. Tu che sei più vicino, parlagli con dolcezza, così che volentieri venga da noi.”
“O anima che sali al cielo ancora rinchiusa nel corpo, facci la carità di dirci chi sei e da dove vieni. La grazia che ti è stata concessa è davvero meravigliosa, mai si è vista una cosa del genere.”
“C’è un fiumiciattolo in Toscana che nasce dal monte Falterona, ed è lungo più di cento miglia.
Io vengo da una città che sorge lungo il suo corso. Sarebbe inutile dirvi il mio nome, perché non sono ancora granché famoso.”

(Le sorgenti dell’Arno sul Monte Falterona – immagine tratta da Wikipedia)
“Se ho ben capito quel che intendi” dice la prima anima “tu stai parlando dell’Arno.”
“Perché non ha detto apertamente il nome del fiume?” domanda l’altra “Sembra quasi che ne abbia paura.”
“Non lo so, ma è certamente un bene che il nome di quel luogo sia cancellato.
Dalla sua sorgente sui monti, là dove sono più alti, e fino a dove sfocia in mare, la gente che abita lungo il suo corso rifugge la virtù come se fosse un serpente velenoso, che sia per una sventura del luogo o per una malvagia disposizione dell’animo.
Gli abitanti di quella valle hanno a tal punto depravato la loro natura umana da somigliare alle bestie di cui si circondava la maga Circe.
All’inizio il fiume scorre tra orrendi maiali, degni solo di mangiar ghiande e non altri cibi adatti invece agli uomini.
Poi si snoda in mezzo a dei cagnacci, che abbaiano tanto ma mordono poco, e distoglie sdegnosamente lo sguardo.
Continua a scorrere, e quando è già molto ampio arriva in una terra in cui i cani sono tornati ad essere lupi.
Forma poi dei gorghi, e qui ci sono delle volpi così astute da evitare ogni trappola.
Continuerò a parlare anche se questo mio compagno mi sta ascoltando. Anzi, sarà meglio per lui se in futuro si ricorderà di quello che mi ha rivelato uno spirito veritiero.
Io vedo tuo nipote dare la caccia a quei lupi sulle rive di quel fiume orgoglioso, e terrorizzarli tutti.
Li vende che ancora respirano, e poi li ammazza crudelmente, come una bestia feroce: priva loro della vita, ma sé stesso di ogni onore.
Coperto di sangue esce dal bosco, e lo lascia in uno stato tale che ci vorranno più di mille anni perché torni com’era prima.”
L’altra anima sente queste parole, e ne è molto turbata: ha compreso bene il discorso, e diviene triste.
Dante, toccato dalle parole della prima anima e dal dolore della seconda, le prega di dirgli i loro nomi.
“Tu vuoi che io ti dica il mio nome, ma tieni nascosto il tuo” risponde la prima anima “Ma ti accontenterò lo stesso, in nome di quella grazia che ti illumina.
Sappi dunque che io sono GUIDO DEL DUCA.
Fui roso a tal punto dall’invidia che se mi capitava di incontrare un uomo felice avresti visto il mio sangue ribollire.
Invece di grano, ora non raccolgo che paglia.
O uomini, perché desiderate quei beni per godere i quali non potete avere compagni?
Questo mio compagno è RINIERI DA CALBOLI, onore e vanto della sua casata, che però dopo di lui non sarà mai più alla sua altezza.
E non è solo la sua famiglia a essere ormai priva di virtù e onore, ma tutto il territorio tra il Po, gli Appennini e l’Adriatico: qui adesso crescono solo sterpaglie velenose, e prima che le si possa estirpare tutte sarà troppo tardi per coltivare i campi.
Dove sono ora Lizio e Arrigo Mainardi?
Dove sono Pier Traversaro e Guido di Carpigna?
Romagnoli, siete diventati dei figli degeneri!
Quando ci sarà di nuovo a Bologna uno della famiglia Fabbro?
E quando a Faenza un altro Bernardino di Fosco, nobile virgulto di una piccola pianta?
O Toscano, non ti meravigliare se io piango ricordando Guido da Prata, e Ugolino d’Azzo che venne a stare con noi.
Voglio anche ricordare Federico Tignoso e i suoi compagni, la casata dei Traversari e quella degli Anastagi, entrambe ormai senza eredi, le dame, i cavalieri, le guerre e la vita di corte che si conduceva là dove ora i cuori sono pieni solo di malvagità.
O Bertinoro, perché non sparisci? La casata che ti possedeva se n’è andata, insieme a molti altri, per evitare di essere corrotta.
Bagnacavallo fa bene a non avere altri eredi, e fa invece male Castrocaro e ancora peggio Conio, che continuano a sfornare discendenti indegni.
Faranno bene i Pagani a non averne, dopo che morirà il malvagio che li opprime: e tuttavia questo non basterà a mantenere puro il loro nome.
Ugolino dei Fantolini, il tuo invece sarà per sempre al sicuro dall’infamia, perché non hai discendenti che possano macchiarlo.
Ma ora, Toscano, vattene via. Questo discorso mi ha angosciato a tal punto che preferisco piangere invece di parlare.”
Dante e Virgilio riprendono il cammino, sicuri della strada: se ci fosse qualche impedimento le anime, che li sentono muoversi, li avrebbero avvisati.
Ora sono soli, ma ecco che una voce più rapida del lampo squarcia l’aria:
“Chiunque mi incontri mi uccida!”
E appena questa tace subito un’altra la segue, simile al rimbombo del tuono:
“”Io sono Aglauro, trasformata in pietra!”
Dante, spaventato, si stringe a Virgilio. Il maestro lo ammonisce:
“Quelle voci rappresentano il freno che voi esseri umani dovreste tenere nel corso della vostra vita.
Ma non funziona, perché abboccate all’amo di Satana e lo ingoiate con tutta l’esca.
Il Cielo vi chiama e gira tutto intorno a voi, mostrandovi le sue bellezze, ma voi tenete lo sguardo fisso verso terra: ecco perché Dio vi punisce.”
COMMENTO
Un altro Canto caratterizzato dall’invettiva, prima contro la Toscana e poi contro la Romagna.
Il protagonista di questo episodio, quello che parla, è GUIDO DEL DUCA, esponente di una famiglia nobile di Ravenna.
In vita, lo dice egli stesso, fu ferocemente invidioso. Ma se è qui, ormai lo sappiamo, deve essersi pentito del suo peccato prima di morire.
Ora che è morto può vedere bene cosa è diventata non solo la sua terra, la Romagna, ma anche la Toscana.
Certo, è ovvio, le durissime parole che pronuncia sono in realtà pensieri di Dante.
Ed è strano – lo hanno notato i commentatori moderni – che qui, in un luogo che già appartiene al Cielo, che nonostante i supplizzi è già di pace, vengano usati termini così violenti, immagini così degradanti.
Sembra quasi di essere tornati per un momento all’inferno.
Questa scelta è stata spiegata con la vita che Dante stava conducendo nel periodo in cui scriveva questi Canti: esiliato, condannato a morte, solo, costretto a vagare da un posto all’altro, spettatore impotente delle violenze civili che devastano ogni città, ogni terra.
Di fatto, per Dante, le guerre tra fazioni altro non sono che un prodotto dell’Invidia stessa: un peccato grave, che non si riduce alle piccolezze quotidiane ma coinvolge la dimensione politica, sociale e civile dell’essere umano.
In Toscana, lungo il corso dell’Arno, non si salva nessuno. Dal Casentino (i sozzi maiali) ad Arezzo (i cani ringhiosi), da Firenze (i cani che ridiventano lupi) a Pisa (le astutissime volpi), tutto è depravazione, disonestà, malvagità.
In Romagna non va meglio: Guido del Duca ricorda i tanti grandi uomini e le importanti casate che fecero onore a quella terra, mentre ora anche lì vi è solo infamia.
L’altra anima che siede lì accanto, e non parla, è Rinieri da Calboli.
Viene da una famiglia guelfa di Forlì, e Dante lo ricorda non tanto per quel che fece lui, ma per quello che passò Firenze a causa di suo nipote, FULCIERI DA CALBOLI.
Siamo nel 1303. Dante è dunque già esiliato. Fulcieri venne chiamato in Firenze come Potestà.
Abbiamo già visto che questa carica, tipica di molte città, veniva affidata a qualcuno di esterno alla città stessa, affinché fosse al di sopra delle lotte di parte e potesse portare pace.
Naturalmente Fulcieri fece tutto il contrario: accordatosi coi Neri, e presa da loro una tangente, perseguitò ferocemente i Bianchi, la fazione a cui apparteneva Dante.
Lasciate le anime dei due, Dante e Virgilio riprendono il cammino.
E si sentono altre voci nell’aria, che come le precedenti urlano esempi di invidia punita.
La prima, che dice “Chiunque mi incontri mi uccida!” è nientemeno che quella di CAINO, il primo omicida, che fu invidioso del fratello Abele e del favore che Dio gli accordava.
Dopo l’omicidio Caino fu condannato a vagare per il mondo. Ma Dio proibì che il suo desiderio di essere ucciso si avverasse: chi l’avesse fatto avrebbe subìto una pena sette volte maggiore.

(Bartolomeo Manfredi, Caino uccide Abele, 1615 – Vienna, Kunsthistorisches Museum)
La seconda è, ancora una volta, presa dalla mitologia greca, e di nuovo dalle Metamorfosi di Ovidio.
Aglauro era una principessa. Sua sorella Erse venne amata da Mercurio, il dio messaggero. Aglauro, invidiosa, cercò di impedire i loro incontri, e fu per questo tramutata in pietra.
FONTI:
La Divina Commedia, a cura di Siro A. Chimenz, UTET 2003
Purgatorio, Mondadori 2020, commento di Franco Nembrini, illustrazioni di Gabriele Dell’Otto
Purgatorio, a cura di Natalino Sapegno, La Nuova Italia 1992
Marco Santagata, Il racconto della Commedia. Guida al poema di Dante, Mondadori 2017
Enrico Malato (a cura di), Dizionario della Divina Commedia, Salerno Editrice 2018 (edizione speciale per il Corriere della Sera, 2 volumi, 2021)