TRAMA
Dante e Virgilio raggiungono la seconda cornice del Purgatorio, che come la prima gira tutto intorno al monte, ma è più stretta.
Qui non ci sono figure o altre decorazioni, ma solo la nuda roccia, e intorno non si vede nessuno.
Virgilio è indeciso sulla direzione da prendere, e teme di perdere troppo tempo aspettando qualcuno che indichi loro la via.
Così volge lo sguardo al sole, e si incammina seguendo il suo corso.
I due viandanti percorrono in poco tempo un miglio, tanta è la voglia di proseguire che li spinge.
Nell’aria si sentono volare, ma non si riesce a vederli, degli spiriti. Le loro voci intonano lodevoli esempi di carità.
“Non hanno più vino!” disse forte una voce.
“Io sono Oreste!” disse una seconda.
“Amate quelli che vi vogliono male!” disse una terza.
“Maestro, di chi sono queste voci?” chiede Dante.
“Su questa cornice è presa a frustate la colpa dell’invidia” spiega Virgilio “e perciò la frusta è fatta da frasi di caritatevole sollecitudine.
Il rimprovero consiste nel ricordare esempi contrari alla buona carità. Credo che ne sentirai altri, prima di giungere al momento del perdono.
Ma ora guarda bene davanti a te, e vedrai delle anime sedute, appoggiate alla parete del monte.”
Dante osserva meglio, e le vede. Non le aveva notate prima perché sono avvolte in mantelli dello stesso colore della roccia.
“Maria, prega per noi!”
“Michele, prega per noi!”
“Pietro, prega per noi!”
“Voi tutti Santi, pregate per noi!”
A mano a mano che si avvicina, Dante coglie meglio i particolari. E quello che vede muoverebbe a compassione anche l’uomo più duro di cuore.
Coperti da un vile cilicio, si sostengono appoggiandosi l’uno all’altro, dando la schiena alla parete.
Allo stesso modo i ciechi, privi di ogni avere, implorano un’elemosina durante i giorni delle feste religiose, cercando di muovere a compassione i passanti non solo con le parole ma con lo spettacolo della loro miserevole condizione.
Essi non possono contemplare la luce del sole, e queste anime nemmeno: tutte hanno gli occhi cuciti con del filo di ferro, come si fa con gli uccelli rapaci da addestrare per la caccia, finché non vengono ammaestrati.
Dante pensa che sia scortese passare oltre senza dar segno della sua presenza a queste anime che non possono vedere.
Come al solito, si rivolge a Virgilio per domandare il permesso. Il maestro, che ha già capito cosa vuole chiedere, lo esorta a parlare con loro.
“O anime già certe di vedere un giorno la luce che desiderate ardentemente, possa la grazia divina ripulirvi del tutto dal peccato. Ditemi se qui tra voi c’è qualche italiano: sarà a me molto gradito, e forse potrò essergli utile.”
“Fratello, tutti noi siamo cittadini dell’unica vera città celeste. Ma forse tu vuoi parlare a qualcuno che, mentre era esiliato dal Cielo, sia vissuto in Italia.”
Dante sente questa risposta provenire da qualcuno che sta un po’ più avanti, e muove qualche altro passo in direzione di quella voce.
“O spirito, se sei tu quello che mi ha parlato, dimmi chi fosti, con il tuo nome o con il luogo in cui vivesti.”
“Sono di Siena, e insieme a questi altri sconto qui la colpa di una vita malvagia, implorando Dio che si conceda alla nostra vista.
Non fui sapiente, sebbene mi chiamassi SAPIA, e godetti più della sventura degli altri che non della mia buona sorte.
Non ti sto ingannando. Ascolta quanto fui folle, mentre già era compiuta la maggior parte della mia vita.
I miei concittadini affrontavano in battaglia sul campo di Colle i loro avversari. E io pregai Dio per la sconfitta di Siena, cosa che poi avvenne.
Vedendoli sconfitti e in rotta, mi prese una gioia selvaggia, e gridai a Dio “Non ho più paura di te!”, proprio come fa il merlo quando vede una piccola schiarita durante una tempesta.
Ormai vecchia volli fare pace con Dio. Ma la mia penitenza sarebbe ancora più lunga di quel che è, se non fosse per le buone preghiere di Pier Pettinaio, che si ricordò di me nella sua carità.
Ma chi sei tu che vieni a informarti della nostra condizione? Mi pare che tu abbia gli occhi aperti, e ancora respiri.”
“Gli occhi saranno qui cuciti anche a me, ma per poco tempo, perché piccola è l’offesa che ho fatto a Dio provando invidia.
Ho molta più paura del tormento punito nella cornice sotto a questa, e già sento pesare il carico che là viene imposto.”
“Chi ti ha portato dunque quassù tra noi, se credi di dover tornare giù?”
“Questi che è con me, e non parla. È vero, sono vivo. Per questo, o spirito già salvato, dimmi se posso in qualche modo aiutarti quando tornerò nel mondo.”
“Questa è davvero una novità, e un sicuro segno che Dio davvero ti ama. Aiutami allora con le tue preghiere.
Ti chiedo anche, in nome di ciò che ti è più caro, se mai andrai in Toscana, di ridarmi buona fama presso la mia famiglia.
Li troverai in mezzo a quella gente sciocca che ha puntato tutto sul porto di Talamone, e spera in questo ancora più che nel fiume Diana. Ma a perderci di più saranno gli ammiragli!”

(Adeodato Malatesta, Dante incontra Sapia nel Purgatorio, 1839 – Modena, collezione privata)
COMMENTO
Un Canto con un solo episodio, ma con molti riferimenti che, perfettamente noti a Dante e ai lettori del suo tempo, sarebbero per noi oscuri se non avessimo l’aiuto dei commenti e degli studiosi.
Partiamo dall’inizio.
Siamo nella seconda cornice del Purgatorio vero e proprio, nella quale sono puniti gli INVIDIOSI.
Invidia è guardare qualcuno in modo malevolo, provando gelosia per la sua buona sorte e godendo se ha un rovescio di fortuna.
Per questo, in base all’ormai nota legge del contrappasso, gli invidiosi hanno gli occhi cuciti.
Vengono paragonati agli uccelli rapaci che erano addestrati per la caccia: la pratica di cucire loro gli occhi, per farli stare tranquilli e abituarli alla presenza e ai comandi dell’uomo, era effettivamente in uso all’epoca. Ne parla ad esempio l’imperatore Federico II, che fra le altre cose scrisse anche un famoso trattato intitolato L’ arte di cacciare con gli uccelli (“De Arte Venandi cum Avibus”).
Oltre a sopportare gli occhi cuciti le anime debbono ascoltare, dalla voce di spiriti celesti invisibili, degli esempi di buona carità, che è proprio il contrario dell’invidia.
La prima voce ricorda il ben noto episodio evangelico delle Nozze di Cana, in cui Gesù operò il suo primo miracolo: ad un banchetto nuziale era finito il vino, e Maria lo esortò a fare qualcosa; ed ecco la trasformazione dell’acqua in vino.
La seconda voce ricorda invece un episodio della mitologia greca. Oreste, il principe figlio di Agamennone, vendicò il padre che era stato ucciso a tradimento uccidendo a sua volta la madre fedifraga e il suo amante. Il suo amico Pilade, sapendo che per quest’atto egli sarebbe stato arrestato e condannato, gli dimostrò la sua sincera amicizia cercando di farsi passare per lui ed essendo disposto a morire al suo posto.
La terza voce riporta di nuovo un passo evangelico, tratto dal celebre Discorso della Montagna. Amare i propri nemici è il supremo atto di carità.
Le invocazioni alla Madonna, all’Arcangelo Michele, a San Pietro e a tutti i Santi fanno parte della liturgia cattolica, e sono tutt’oggi in uso.
La protagonista di questo Canto è una nobildonna senese, SAPIA SALVANI.
Si tratta della zia di un personaggio che abbiamo incontrato poco fa, Provenzano Salvani (https://stefanotartaglino.it/dante-senza-paura-purgatorio-canto-11).
Nonostante la stretta parentela furono acerrimi nemici: Sapia era infatti di parte guelfa, mentre Provenzano era ghibellino.
La battaglia citata è quella di Colle Val d’Elsa, combattuta nel 1269, nella quale si scontrarono Siena ghibellina e Firenze guelfa: i Fiorentini vinsero, e lo stesso Provenzano trovò la morte.
Pare che sul finire della vita Sapia abbia cercato di fare penitenza, dedicandosi alle opere di bene.
Ma questo non sarebbe bastato a evitarle di trascorrere la prima parte della sua vita eterna nell’Antipurgatorio: se è stata ammessa direttamente alla seconda cornice lo deve soltanto alle preghiere di un francescano, Pier Pettinaio.
Costui, morto ultracentenario in fama di santità, fu venerato dai Senesi che ne conservarono alcune reliquie, ed è oggi considerato Beato dalla Chiesa cattolica.
Anche la storia di Sapia, come altre, all’epoca doveva essere molto nota in Toscana, ma se non fosse per Dante non ne sapremmo nulla.
Le ultime parole di Sapia si riferiscono ai sogni di gloria dei Senesi, che cercarono di far fortuna sui mari, forse sperando di eguagliare la ricchezza delle Repubbliche Marinare: acquistarono il porto di Talamone e nominarono persino degli ammiragli, ma l’impresa si risolse in un nulla di fatto.
Allo stesso modo fu vana la ricerca del fiume Diana, che si diceva scorresse sotto la città e avrebbe potuto risolvere i costanti problemi di acqua potabile: ma anche questo non venne mai trovato.
Prima di concludere dobbiamo notare una cosa importante.
Ad un certo punto sembra che Dante abbia paura di venire condannato nella cornice dei Superbi. Se ha peccato anche d’invidia è stato per poco, ha recato solo una leggera offesa a Dio, e quindi non teme la pena degli occhi cuciti, che per lui sarà breve.
Il suo vero peccato, e anche lui lo sa perfettamente, è la Superbia.
Dante-personaggio è andato oltre, se ne è liberato.
Dante-poeta invece lo porta ancora con sé.
FONTI:
La Divina Commedia, a cura di Siro A. Chimenz, UTET 2003
Purgatorio, Mondadori 2020, commento di Franco Nembrini, illustrazioni di Gabriele Dell’Otto
Purgatorio, a cura di Natalino Sapegno, La Nuova Italia 1992
Marco Santagata, Il racconto della Commedia. Guida al poema di Dante, Mondadori 2017
Enrico Malato (a cura di), Dizionario della Divina Commedia, Salerno Editrice 2018 (edizione speciale per il Corriere della Sera, 2 volumi, 2021)