DANTE, SENZA PAURA – PURGATORIO, CANTO 10

TRAMA

 

Dante e Virgilio oltrepassano la porta del Purgatorio, che si chiude dietro di loro.
Il pellegrino ricorda bene l’ammonimento dell’angelo, e non si volge indietro: quale scusa potrebbe mai trovare per una simile colpa?

 

C’è un passaggio scavato nella roccia, tortuoso e ritorto come le onde che si stendono e si ritraggono su una spiaggia.

 

“Qui bisogna fare un po’ d’attenzione” dice Virgilio “e spostarsi prima da una parte e poi dall’altra.”

 

Le continue giravolte rallentano il cammino, e passano alcune ore prima di poter uscire da quella strettoia.

Dante è stanco, e Virgilio non sa che strada prendere. Si fermano su un costone piatto. Intorno non si vede nessuno.

 

La parete del monte è di marmo bianco, ricoperto di bassorilievi e sculture così belle che nessun artista, anzi, nemmeno la Natura stessa avrebbe potuto crearne di simili.

 

Per primo è raffigurato l’arcangelo Gabriele, che venne sulla terra ad annunciare la nascita di Cristo. É così perfetto da sembrare vivo. Pare che da un momento all’altro possa schiudere le labbra e dire “Salve!”, poiché accanto a lui è scolpita Maria, che sembra sul punto di dire “Eccomi, sono la serva di Dio.”

 

(Dante Gabriel Rossetti, Ecce ancilla Domini, 1850 – Londra, Tate Gallery)

 

Dante è come incantato a guardare quelle figure, ma Virgilio lo esorta a osservare anche le altre.

 

La scena successiva raffigura l’Arca dell’Alleanza trasportata su un carro trainato da buoi, e davanti ad essa una folla di persone divisa in sette cori. Anch’esse sono così perfette che pare di sentirle cantare.
Il corteo è guidato dal re Davide, che accenna un passo di danza.
Subito dopo viene Micol, moglie del re: siede alla finestra di un palazzo, e la sua espressione è sprezzante, superba.

 

 

(Francesco Salviati, Storie di Davide, 1553 – affresco – Roma, Palazzo Sacchetti)

 

Ecco poi l’episodio dell’imperatore Traiano, la cui pietà indusse Papa Gregorio a pregare per la salvezza della sua anima.
Intorno a lui sta una scorta di cavalieri, e le aquile delle legioni si muovono al vento.
Di fronte al cavallo dell’imperatore è inginocchiata una povera vedova, e pare di sentirla raccontare la sua triste storia:

 

“Mio signore, piango per mio figlio che è stato ucciso. Ve ne prego, vendicatelo!”

“Aspetta che io ritorni.”

“E se non tornate?”

“Colui che prenderà il mio posto ascolterà la tua supplica.”

“Se dimentichi il bene della tua anima, a che ti servirà quello compiuto da altri?”

“Allora rallegrati. Compirò il mio dovere prima di partire. Così comanda la giustizia, e la pietà mi trattiene qui.”

 

 

(Eugène Delacroix, Giustizia di Traiano, 1840 – Rouen, Musée des Beaux-Arts)

 

Dio, per il quale nulla è nuovo poiché vede tutto nello stesso momento, ha creato queste immagini, così belle da rendere visibili le parole, come non accade nel mondo degli uomini.

 

Dante sta ancora guardando i bassorilievi, che tanto sono cari a Dio che li ha scolpiti, quando Virgilio lo scuote:

 

“Stanno arrivando delle persone, ma camminano piano. Chiederemo a loro come continuare la salita.”

 

Dante, sempre desideroso di vedere cose nuove, volge lo sguardo.

 

“Maestro, quelle che ci vengono incontro non mi sembrano persone. La mia vista è talmente offuscata che non so dire cosa siano.”

 

“É la pena che scontano a piegarli così verso terra. Anche io ci ho messo un po’ a distinguerli. Guarda bene, e scorgerai chi sta sotto quei massi: vedrai il castigo a cui sono sottoposti.”

 

O cristiani superbi – pensa Dante – miseri, infelici che non vedete con gli occhi della ragione, ma al contrario confidate in cose vane, non vi accorgete che noi siamo solo dei bruchi, e che dopo la morte voleremo come farfalle, nudi e privi di tutto, verso la giustizia di Dio?
Per quale motivo vi mettete tanto in alto, quando in realtà non siete che bruchi, vermi ancora non del tutto formati?

 

Dante osserva le anime piegate sotto il peso dei massi. La loro postura ricorda quella di una mensola che sostiene un tetto: a volte sono intagliate a forma di una figura che si porta le ginocchia al petto.

Ciascuna anima è più o meno piegata a seconda di quanto pesa il masso che trasporta.
E quelli che appaiono sopportare meglio la fatica in realtà stanno dicendo con le lacrime agli occhi “Non ce la faccio più!”.

 

 

COMMENTO

 

Per capire bene cosa rappresentano le scene scolpite nel marmo dobbiamo aprire innanzitutto la Bibbia.

 

La prima è il celebre momento dell’Annunciazione, raffigurato in decine se non centinaia di dipinti tra i più famosi della storia dell’arte.
L’episodio è narrato nel Vangelo di Marco e in quello di Luca. L’arcangelo Gabriele si presenta a Maria, e le dice che concepirà un figlio. Maria accetta di buon grado la volontà di Dio, e con atteggiamento umile si professa serva del Signore.

 

La seconda deriva dall’Antico Testamento. Il re Davide guida il corteo che trasporta l’Arca dell’Alleanza: danza sollevandosi la veste, come una persona qualsiasi, mostrandosi umile di fronte a Dio.
Il suo comportamento suscita però lo sdegno di sua moglie Micol, figlia del precedente re, che lo rimprovera perché si è abbassato al livello del popolo. Ma Davide le risponde che è lei ad essere in errore, poiché si è dimostrata superba: e infatti Dio la punirà rendendola sterile.

 

La terza riprende una leggenda medioevale molto diffusa ai tempi di Dante.

L’imperatore Traiano visse e regnò all’inizio del Secondo Secolo dopo Cristo, quando il Cristianesimo cominciava appena a diffondersi.

La sua fama di governante giusto e retto superò le barriere del tempo, tanto che il Papa Gregorio Magno, vissuto ben tre secoli dopo,

chiese a Dio di salvare la sua anima, condannata all’inferno come tutte quelle che non avevano potuto ascoltare la parola di Cristo.

Secondo la leggenda l’imperatore sarebbe stato resuscitato per breve tempo e si sarebbe convertito al Cristianesimo, potendo così accedere al Paradiso: e sarà proprio lassù che Dante lo incontrerà.

L’aneddoto della vedova che chiede giustizia è riportato dallo storico romano Cassio Dione.

 

 

Avviene poi l’incontro con il primo gruppo di penitenti del Purgatorio: i SUPERBI.

Ancora una volta viene applicata la celebre LEGGE DEL CONTRAPPASSO, che ormai conosciamo bene.
Poiché in vita i superbi tennero lo sguardo in alto, sprezzanti e superiori, qui sono condannati a stare piegati verso terra sotto il peso di grandi massi.

Prima di descrivere la pena Dante inserisce però un breve inciso, nel quale invita il lettore a non soffermarsi tanto sul castigo, ma piuttosto a ricordare che questo è temporaneo, poiché durerà solo fino al Giorno del Giudizio: le pene dell’Inferno invece sono eterne.

 

FONTI:

 

La Divina Commedia, a cura di Siro A. Chimenz, UTET 2003
Purgatorio, Mondadori 2020, commento di Franco Nembrini, illustrazioni di Gabriele Dell’Otto
Purgatorio, a cura di Natalino Sapegno, La Nuova Italia 1992

 

Marco Santagata, Il racconto della Commedia. Guida al poema di Dante, Mondadori 2017

 

Enrico Malato (a cura di), Dizionario della Divina Commedia, Salerno Editrice 2018 (edizione speciale per il Corriere della Sera, 2 volumi, 2021)

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