DANTE, SENZA PAURA – INFERNO, CANTO 9

TRAMA

Virgilio, apparentemente sconfitto, torna da Dante. Il poeta percepisce il turbamento del suo maestro, e di nuovo dubita di riuscire nell’impresa. Così, usando tutta la cautela possibile per non irritarlo, gli chiede:

 

“Maestro, è mai successo che qualcuno dal Limbo sia sceso fin quaggiù?”

 

Virgilio ritrova la sua sicurezza, e risponde:

 

“Sta’ tranquillo, perché io conosco bene la strada che ci attende. Già una volta sono sceso fin quaggiù, poco tempo dopo la mia morte. La maga Erittone mi costrinse a farlo, quando osò richiamare un’anima dal profondo dell’inferno. Per recuperarla dovetti scendere giù fino al Cerchio dove si trova Giuda.”

 

Virgilio dice ancora qualcosa, ma l’attenzione di Dante è attratta da un nuovo avvenimento.

All’improvviso, su una torre della Città di Dite, compaiono terribili mostri.

Sono le Furie, esseri con corpo di donna e serpenti al posto dei capelli. Coperte di sangue, lanciano alte grida: Dante è terrorizzato, e per la paura si stringe a Virgilio.

 

Il maestro, che ha riconosciuto quelle orrende figure, gli dice:

 

“Guarda, ecco le Erinni! Quella a sinistra è Megera, quella a destra Aletto, e in mezzo c’è Tisifone.”

 

Le Furie si battono il petto, e gridano:

“Vieni, Medusa! E che costui sia tramutato in pietra! Dovevamo punire anche Teseo, quando venne quaggiù, e non l’abbiamo fatto!”

 

Virgilio prende Dante per le spalle e gli dice, allarmato:

 

“Voltati! E tieni gli occhi chiusi! Se Medusa si mostra e tu la fissi in volto, non tornerai mai più nel mondo dei vivi!”

 

Ma in quel momento si ode uno spaventoso sconquasso, più forte del vento che abbatte gli alberi di una foresta schiantando rami e tronchi e facendo fuggire uomini e animali.

Come le rane che saltano di qua e di là quando scorgono avvicinarsi la biscia, loro mortale nemica, così Dante vede i dannati della Palude Stigia fuggire all’arrivo di un personaggio che attraversa quelle acque putride senza nemmeno bagnarsi i piedi.

 

Capisce subito che si tratta di un inviato del Cielo. Costui è del tutto indifferente all’orrore che lo circonda: solo il fumo denso e appiccicoso sembra dargli un po’ di fastidio, e si fa aria con una mano.

 

Virgilio ordina a Dante di inchinarsi.

L’inviato celeste giunge di fronte alle porte della Città di Dite, le tocca con un bastoncino e le apre, così, senza alcuna fatica

 

Poi si rivolge ai diavoli.

 

“Voi, maledetti che siete stati cacciati dal Cielo, perché vi opponete al volere di Colui che tutto può? A Colui che già molte volte ha aumentato il vostro dolore? Cosa sperate di ottenere contrastando un destino già deciso? Dovreste ben ricordare di quando lo stesso Cerbero finì spelacchiato!”

Detto questo si gira e se ne va, senza rivolgere nemmeno una parola ai due pellegrini.

 

(L’Angelo apre le porte della Città di Dite – illustrazione di Gustave Dorè)

 

Dante e Virgilio, ormai sicuri del favore divino, possono quindi varcare le porte della Città di Dite.

 

Di fronte a loro si apre un nuovo paesaggio di dolore, pena e sofferenza. È una vasta pianura disseminata di tombe e sarcofagi scoperchiati. Al loro interno ardono senza posa fiamme eterne.

 

“Maestro, quali spiriti sono puniti dentro queste tombe infuocate?”

 

“Costoro sono gli Eretici, che si trovano qui con tutti i loro seguaci. Le tombe sono molto più affollate di quel che sembra. I sostenitori di ciascuna setta eretica sono puniti insieme, e il fuoco di ciascuno brucia di meno o di più in base alla gravità della loro colpa.”

 

Inizia il cammino tra le tombe.

 

 

COMMENTO

Un Canto non facile, per via dei molti riferimenti mitologici e per alcuni versi che, come vedremo tra poco, sono ancora considerati misteriosi.

 

Cominciamo dalla prima discesa di Virgilio all’Inferno.

Come e quando è avvenuta? Come mai conosce già la strada?

 

Per saperlo dobbiamo rivolgerci ad un altro poeta latino, che abbiamo già incontrato nel Limbo insieme a Omero, Orazio, Ovidio e allo stesso Virgilio: Lucano.

Questi scrisse un poema intitolato Farsaglia, nel quale racconta – a differenza dei poemi epici – un fatto storico: la guerra civile tra Cesare e Pompeo, conclusasi con la battaglia di Farsalo (48 a.C.).

Naturalmente però le vicende storiche sono infarcite di episodi sovrannaturali. Uno di questi ha per protagonista la maga Erittone, citata in questo Canto. Grazie ai suoi poteri, evocò dall’inferno l’anima di un soldato morto, tramite la quale profetizzò la vittoria di Giulio Cesare.

 

E Virgilio cosa c’entra?

Niente.

Dante prende spunto da questo episodio per immaginare che la maga abbia chiesto proprio a lui di scendere agli Inferi per recuperare l’anima del soldato. Ecco perché conosceva già la strada.

Sarebbe stato dunque proprio Virgilio il primo a scendere all’Inferno da vivo (il primo personaggio storico, se si eccettuano Ulisse ed Enea, che invece sono eroi della mitologia).

 

La realtà storica è ovviamente diversa. Virgilio non fu toccato dalla guerra civile tra Cesare e Pompeo, mentre ebbe dei problemi negli anni successivi alla morte di Cesare, quando le sue proprietà terriere furono confiscate. Non partecipò mai direttamente ad alcun episodio bellico, e si dedicò unicamente alla poesia, riuscendo a entrare nelle grazie del nuovo padrone di Roma: Ottaviano Augusto, il primo imperatore.

 

Rinfrancato dalla sicurezza di Virgilio, Dante è però colto nuovamente dal terrore quando vede apparire le FURIE.

Le Furie, o Erinni, sono esseri infernali con corpo di donna e serpenti per capelli. Il loro compito è tormentare senza posa coloro che si macchiano di crimini legati alla famiglia.

Nella mitologia greca è famoso il caso di Oreste, figlio di Agamennone, il signore degli Achei durante la guerra di Troia. Dopo la vittoria Agamennone era tornato in patria, dove però aveva trovato la morte per mano della moglie, Clitemnestra, e del suo amante.

Secondo la concezione dell’onore professata dagli Achei, un figlio era tenuto a vendicare il padre, uccidendo colui che l’aveva ucciso. Ma Oreste, per farlo, avrebbe dovuto uccidere la sua stessa madre.

Se avesse lasciato Agamennone invendicato, le Furie l’avrebbero tormentato. Se avesse ucciso la madre, le Furie l’avrebbero perseguitato ugualmente.

Alla fine decise di compiere la vendetta, dando pace all’anima del padre. Le Furie si avventarono su di lui e lo inseguirono per lungo tempo. Infine, convocato a processo, fu assolto per intervento degli Dei, e da allora poté vivere tranquillo.

 

(William-Adolphe Bouguereau, Oreste inseguito dalle Furie, 1862 – Norfolk,  Chrysler Museum of Art)

 

Qui le Furie, vedendo Dante, invocano un altro essere mostruoso: la terribile Gorgone Medusa, il cui sguardo tramutava in pietra.

Ma prima ch’essa possa comparire già si approssima l’inviato celeste.

 

È a questo punto, subito prima dell’apparizione dell’angelo, che Dante inserisce alcuni versi di difficile interpretazione, sui quali molti commentatori si sono spaccati la testa.

 

O voi ch’ avete gli intelletti sani,

mirate la dottrina che s’ asconde

sotto il velame de li versi strani.

 

Cosa vogliono dire? A quale misteriosa dottrina allude Dante?

Su questi versi è stato detto di tutto. Sono state tirate in ballo le scienze occulte, l’alchimia, l’esoterismo.

 

La spiegazione è probabilmente molto più semplice.

Dante sta dicendo soltanto che non bisogna fermarsi al primo significato del suo racconto. E non solo di questo episodio o di questo Canto, ma di tutta l’opera.

Non bisogna guardare ai personaggi che mette in scena (le Furie, Medusa, e subito dopo l’Angelo) solo in senso letterale, ma riflettere su ciò che rappresentano.

Le Furie simboleggiano il ricordo dei peccati, che continua a tormentare l’essere umano anche quando questi ha deciso di intraprendere il cammino che lo conduce alla salvezza.

La Gorgone Medusa, con il suo potere di tramutare in pietra, simboleggia la paura. Il timore che blocca, che impedisce di andare avanti. Non si può proseguire con le sole forze della ragione (qui rappresentata da Virgilio): è necessario l’intervento di Dio.

 

Dante ha avuto paura prima di cominciare il viaggio, ma è stato rinfrancato da Virgilio. Allora però non sapeva ancora cosa lo attendeva.

Adesso ha visto una parte dell’Inferno: le sue tenebre perenni, le sue fiamme eterne, i suoi abitanti condannati a pene spaventose, gli orrendi diavoli guardiani.

E ha di nuovo paura, perché teme che l’impresa sia superiore alle sue forze. In un momento come questo non basta Virgilio per smuoverlo: c’è bisogno di qualcuno più potente.

 

L’Angelo arriva, spalanca le porte della Città di Dite con facilità estrema e se ne va veloce come è venuto, senza degnarli di uno sguardo, di una parola. È un muto rimprovero alla debolezza di entrambi.

 

A gran voce invece rimprovera i diavoli, che si oppongono al volere di Dio senza ragione e senza possibilità di successo.

Il riferimento a Cerbero ricorda una delle fatiche di Ercole: l’ultima, la dodicesima.

Il semidio figlio di Zeus scese agli Inferi, dove liberò Teseo rimasto lì intrappolato (ecco spiegato perché le Furie lo nominano).

Teseo, insieme all’amico Piritoo, aveva tentato di rapire nientemeno che la regina degli Inferi, Proserpina, sposa di Plutone. Un grave atto di superbia, che gli Dei non potevano lasciare impunito: Piritoo fu dilaniato da Cerbero, e Teseo rimase bloccato lì fino all’arrivo di Ercole.

Questi incatenò Cerbero e lo portò nel mondo dei vivi, a testimonianza della sua impresa.

 

 

(Ercole cattura Cerbero – illustrazione di Boris Vallejo)

 

 

Passate infine le mura della città infernale ecco il Sesto Cerchio, quello degli ERETICI.

 

Sono condannati a rimanere nella propria tomba, avvolti dalle fiamme. Queste sono di maggiore o minore intensità, a seconda della gravità dell’eresia che professarono in vita.

La pena del fuoco ricorda quello su cui vennero arsi vivi perché osarono opporsi alla Chiesa.

Rimanere nelle tombe è il giusto contrappasso per essere rimasti sepolti nel proprio errore, perseverando nello sbaglio, invece di uscire alla luce della verità.

 

L’ERESIA è una dottrina cristiana diversa da quella accettata dalla maggioranza dei fedeli. E, più nello specifico, diversa da quella imposta dalla Chiesa di Roma, e quindi dal Papa.

 

 

FONTI:

 

Commedia vol. 1. Inferno, a cura di Natalino Sapegno, La Nuova Italia Editrice 1968

Inferno, Mondadori 2018, commento di Franco Nembrini, illustrazioni di Gabriele Dell’Otto

La Divina Commedia, a cura di Siro A. Chimenz, UTET 2003

 

Enrico Malato (a cura di), Dizionario della Divina Commedia, Salerno Editrice 2018 (edizione speciale per il Corriere della Sera, 2 volumi, 2021)

Marco Santagata, Guida all’ Inferno, Mondadori 2013

 

 

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