DANTE, SENZA PAURA – INFERNO, CANTO 8

TRAMA

In cima alla torre Dante vede ardere due fuochi di segnalazione. E tra i vapori della Palude Stigia ne scorge una terza che brilla in risposta.

 

Sulle acque nere appare una barca, al timone della quale vi è un nuovo, orrendo diavolo: FLEGIAS, il traghettatore della palude.

Questi esulta alla vista dei due, credendo di aver di fronte dei semplici dannati da gettare nel fango, ma Virgilio spegne subito i suoi entusiasmi: saranno in suo potere solo per il tempo necessario a passare dall’altra parte.

 

Frustrato, il diavolo non può fare altro che accoglierli sulla barca, e riprende a remare.

 

Durante la traversata un dannato emerge dall’acqua e si aggrappa alla chiglia, rivolgendosi a Dante.

“Chi sei tu che vieni quaggiù prima del tempo?”

“Vengo, ma non per restare. E chi sei tu, così coperto di sporcizia?”

“Sono uno di quelli condannati alla pena eterna.”

“Piangi e soffri, maledetto! Ora ti riconosco, anche se sei schifosamente lercio!”

 

 

(Delacroix, La barca di Dante, 1822 – Parigi, Louvre)

 

Il dannato scuote la barca e tenta di rovesciarla. Ma Virgilio gli assesta un calcio, ributtandolo nella melma.

Poi si complimenta con Dante.

“Beata colei che ti mise al mondo! Giusto fu il tuo sdegno, e bene facesti a maltrattare quell’uomo. Quando era in vita si comportava da arrogante. Di lui non è rimasto alcun buon ricordo. Tutti coloro che si credono al di sopra degli altri finiscono qui, a rotolare nel fango come maiali!”

“Maestro, prima di giungere a riva mi piacerebbe vedere quell’uomo sprofondare nella melma!”

“Il tuo desiderio sarà esaudito, e ne trarrai gran soddisfazione.”

 

In quel momento infatti tutte le altre anime si avventano contro di lui gridando “Addosso! Addosso a FILIPPO ARGENTI!”

 

Dante, soddisfatto, volge lo sguardo in avanti. Di costui non vale la pena continuare a parlare.

 

L’aria densa di vapori è squarciata da alte grida di dolore.

“Figliolo” dice Virgilio “stiamo per arrivare alla CITTÀ DI DITE. I suoi abitanti sono i dannati, e il suo esercito è composto di diavoli.”

“Maestro, posso già intravederne le torri. Sono rosse come se fossero appena uscite dal fuoco.”

“Hanno questo colore perché dentro di loro arde il fuoco eterno.”

 

 

(Le Mura di Dite – illustrazione di Paolo Barbieri, dal volume L’ Inferno di Dante, Sergio Bonelli Editore, 2021)

 

La Palude Stigia si riversa nei fossati che cingono le mura della città. I bastioni sono enormi, e Dante pensa siano fatti di ferro.

Dopo aver percorso un lungo tratto del fossato, la barca si ferma.

“Scendete!” grida Flegias “L’entrata è qui”.

 

Sopra le mura e le porte stanno appollaiati migliaia di diavoli. Vedendo i due pellegrini scendono verso di loro.

“Chi è questo che viene ancora vivo in mezzo ai morti?”

 

Virgilio fa segno di voler parlare con loro in disparte.

“Vieni tu da solo” gli rispondono “E quell’altro che ha osato scendere fin qui torni indietro senza guida, se ci riesce!”

 

Dante è colto dal terrore. Che mai sarà di lui, se Virgilio lo abbandona?

 

“Maestro, tu che tante volte mi hai salvato, se non possiamo andare avanti torniamo indietro, ma insieme, te ne prego!”

“Non aver timore. Nessuno può impedire il nostro viaggio. Aspettami qui, e non perdere la speranza.”

 

Poi si apparta a parlare con i diavoli, mentre Dante è sempre più agitato.

 

Non passa molto tempo che i diavoli volano di nuovo sulle mura della città. Ma invece di aprire le porte le chiudono ancora più saldamente.

 

Virgilio, apparentemente sconfitto, torna da Dante.

“Ci impediscono il passaggio! Ma non sarà per molto. Già una volta hanno provato a chiudere la porta più esterna dell’inferno, quella sulla quale tu hai letto la terribile sentenza. E non ci sono riusciti! Ma sta’ tranquillo: qualcuno è passato proprio ora per quella porta che da allora è rimasta aperta, qualcuno così potente da scardinare ogni barriera. Lui ci aprirà la via per la città!”

 

 

COMMENTO

Siamo sempre nel Quinto Cerchio, quello degli Iracondi e degli Accidiosi. Dante attraversa la Palude Stigia, sulla barca di un riluttante Flegias.

 

FLEGIAS è un personaggio della mitologia greca. Come altri che abbiamo già incontrato compare anche nel Sesto Canto dell’Eneide di Virgilio, dedicato alla discesa di Enea agli Inferi.

Viene scelto come simbolo dell’Ira, in quanto volle vendicare la figlia Coronide, sedotta da Apollo: e per farlo incendiò il tempio del dio a Delfi. Naturalmente Apollo punì questo affronto, alla sua maniera. Prima crivellò Flegias con le sue frecce, e poi lo scaraventò nel Tartaro, il luogo più buio e profondo degli Inferi greci. Qui Flegias fu condannato a restare in eterno sotto un masso in equilibrio instabile, sempre sul punto di cadergli addosso.

 

Il dannato incontrato da Dante nella palude non dice il proprio nome, forse per vergogna o per dispetto. Ma il Nostro lo conosce bene. Molto bene.

Filippo Cavicciuoli apparteneva ad un ramo della potente famiglia fiorentina degli Adimari. Era soprannominato “Argenti” perché – ci dice Boccaccio – pare avesse l’abitudine di ferrare il suo cavallo con ferri d’argento, a testimonianza della sua ricchezza. Secondo i commentatori dell’epoca, Dante avrebbe avuto motivi personali di odio contro di lui: sembra che fu persino aggredito fisicamente, ricevendo uno schiaffo; forse vi erano contrasti politici, perché l’Argenti avrebbe parteggiato per i Neri, mentre Dante come abbiamo visto appoggiava i Bianchi: e un altro membro della famiglia Cavicciuoli fece confiscare dal Comune i beni di Dante mentre il poeta era in esilio.

 

Dante lo apostrofa con parole dure, e gode nel vederlo percosso dagli altri dannati. Per questo suo giusto sdegno viene lodato da Virgilio: è la prima volta che il Maestro gli fa un complimento.

 

Superata la Palude Stigia si giunge alla Città di Dite.

“Dite” non è altro che un sinonimo di “Plutone” (o, in greco, “Ade”), il Dio degli Inferi nella mitologia classica, da cui per estensione prende nome l’Inferno tutto, Ade appunto. Nella Commedia è usato come sinonimo di “Lucifero”.

 

La città è difesa da un fossato e da alte mura, che a Dante sembrano fatte di ferro. Oltre le mura svettano delle torri, rese rosse dal fuoco che arde al loro interno.

 

Una nota importante. Dante, per indicare le torri, usa il termine meschite. Questo, ricalcato sullo spagnolo mezquita (a sua volta derivato dall’arabo masghid) indica la moschea, ovvero l’edificio sacro dell’Islam: più propriamente ci si riferisce ai minareti, elemento caratteristico delle moschee stesse. Dante immagina che le torri della città infernale abbiano la forma di minareti. All’epoca di Dante infatti, e anche per molti secoli dopo, i Musulmani erano considerati adoratori del Demonio, e dunque nemici di Dio: non stupisce pertanto che l’architettura degli edifici da loro considerati sacri sia usata per descrivere l’aspetto della città infernale.

 

La Città di Dite non è una vera e propria città. Si tratta più che altro di un confine tra due parti dell’Inferno.

Il tratto finora percorso da Dante è il cosiddetto “alto inferno”, dove sono puniti i peccati di incontinenza: questi, come abbiamo visto (Canto 5: la Lussuria di Paolo e Francesca; Canto 6: la Gola di Ciacco; Canto 7: l’Avarizia e la Prodigalità; e qui l’Ira di Filippo Argenti e l’Accidia), sono dovuti all’incapacità di dominare le proprie passioni. In altre parole, la ragione – ovvero ciò che caratterizza gli esseri umani e li rende superiori alle bestie – viene sostituita dall’istinto.

La parte oltre le mura di Dite viene chiamata invece “basso inferno”, perché è quella più vicina a Lucifero. Qui, come vedremo, sono puniti i peccati di violenza e di frode: per commettere questi peccati gli uomini usano pienamente la ragione, ma volgendola di proposito al Male.

 

 

(Mappa dell’Inferno – tratta da Marco Santagata, Il racconto della Commedia. Guida al poema di Dante, Mondadori 2017 – l’indicazione in rosso è ovviamente mia)

 

I diavoli guardiani delle mura sbarrano il passo a Dante e Virgilio, serrando le porte. Ma il poeta latino è certo che il loro gesto d’orgoglio durerà poco.

Già una volta infatti si dovettero arrendere. Fu quando Cristo, dopo la morte sulla croce, scese all’Inferno per liberare le anime meritevoli di coloro che vissero prima della sua venuta. Cristo aprì la Porta dell’Inferno, che da allora non fu più richiusa.

 

Dante ha già citato la discesa di Cristo agli Inferi. È stato nel Canto Quarto, quando ha chiesto a Virgilio se mai qualche anima è stata salvata dalla sofferenza eterna: https://stefanotartaglino.it/dante-senza-paura-inferno-canto-4

 

 

FONTI:

 

Commedia vol. 1. Inferno, a cura di Natalino Sapegno, La Nuova Italia Editrice 1968

Inferno, Mondadori 2018, commento di Franco Nembrini, illustrazioni di Gabriele Dell’Otto

La Divina Commedia, a cura di Siro A. Chimenz, UTET 2003

 

Enrico Malato (a cura di), Dizionario della Divina Commedia, Salerno Editrice 2018 (edizione speciale per il Corriere della Sera, 2 volumi, 2021)

Marco Santagata, Guida all’ Inferno, Mondadori 2013

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