DANTE, SENZA PAURA – INFERNO, CANTO 7

TRAMA

Dante e Virgilio giungono al Quarto Cerchio dell’Inferno. Guardiano di questo luogo è il diavolo Plutone, che all’apparire dei viandanti prorompe in un alto grido.

 

“Satana, oh Satana, mio signore!” urla, ma Virgilio gli ordina di tacere.

“Sta’ zitto, maledetto! Noi scendiamo giù nel profondo per una ragione: è stato deciso così lassù dove l’Arcangelo Michele ha vendicato la ribellione del tuo sovrano.”

 

Ed ecco che compaiono i dannati di questo luogo. La loro pena è far rotolare degli enormi macigni, e senza poter usare le mani, ma spingendoli con il torace. Percorrono in questo modo tutto il perimetro, scontrandosi gli uni con gli altri e rinfacciandosi a vicenda i rispettivi peccati.

 

 

(Jan Van Der Straet detto Giovanni Stradanio –  Avari e Prodighi – disegno del 1587-88 – Firenze, Biblioteca Medicea Laurenziana)

 

Infatti gli uni sono AVARI, che trattennero per sé il denaro; gli altri sono PRODIGHI, che lo elargirono senza misura.

 

Dante nota che gli avari hanno il capo rasato come gli appartenenti al clero, e chiede conferma a Virgilio: sono davvero uomini di chiesa?

 

Il maestro annuisce e spiega che in vita furono preti, cardinali e persino Papi.

 

Dante si meraviglia di non riconoscere nessuno di loro, come si aspettava. E Virgilio risponde:

“È inutile pensare una cosa del genere. L’avarizia che praticarono in vita li ha talmente abbruttiti da renderli irriconoscibili. Quando risorgeranno per il Giudizio Universale si presenteranno con i pugni chiusi, a ricordo del loro peccato.

Vedi bene dunque a cosa conducono le ricchezze assegnate dalla Sorte.”

 

“Maestro, questa Sorte di cui parli, che tiene a tal punto in mano i beni del mondo, che cos’è esattamente?”

 

“Oh quanto sei ignorante, come tutti gli esseri umani del resto. Ora ascoltami bene.”

 

Virgilio spiega dunque l’origine della Sorte. Creata da Dio al pari degli Angeli, ha un compito simile al loro.

 

Gli Angeli governano i Cieli, e distribuiscono a ciascuno la Luce di Dio. La Sorte governa il mondo materiale, e distribuisce ricchezze e potere prima ad uno e poi a un altro. Gli uomini, nonostante tutta la loro conoscenza, non potranno mai sapere come e quando la Sorte interverrà e chi riceverà i suoi doni o, al contrario, ne sarà privato.

 

Agisce molto rapidamente, ed è per questo che la condizione di ciascuno – di interi popoli non meno che di singole persone – cambia si può dire da un giorno all’altro.

 

Dopo questa spiegazione Virgilio esorta Dante a continuare la discesa. Da quando ha lasciato il Limbo per venirgli in soccorso sono già trascorse dodici ore, e non è loro concesso fermarsi troppo a lungo nello stesso luogo.

 

Arrivano dunque al Quinto Cerchio dell’Inferno, seguendo un torrente scuro che si getta in un’acqua fangosa: la Palude Stigia.

 

In questa melma putrida si dibattono altre due razze di dannati: gli IRACONDI e gli ACCIDIOSI. I primi sono coloro che in vita si lasciarono trasportare dall’ira, ed ora si aggrediscono l’un l’altro, afferrandosi e mordendosi. Gli altri, la maggior parte, si rotolano nel profondo. Incapaci di vedere il bello quando furono in vita, adesso rimangono sommersi, circondati dalle tenebre: sospirano, e i sospiri producono bolle sulla superficie dell’acqua, unico indizio della loro presenza.

 

(Gli Iracondi nella Palude Stigia – Illustrazione di Gustave Dorè)

 

Costeggiando la palude e osservando i dannati che sguazzano nella mota, i due pellegrini giungono ai piedi di una grande torre.

 

 

COMMENTO

“Pape Satan, pape Satan, aleppe!” grida il diavolo guardiano. Queste strane parole non sono, come pensano molti, un linguaggio demoniaco, incomprensibile per gli uomini, che Dante avrebbe inventato e buttato lì un po’ a caso.

Anche se stiamo parlando del Sommo Poeta, siamo ben lontani, ad esempio, dalle grandiose invenzioni linguistiche di Tolkien, che quando scrisse Il Signore degli Anelli creò numerose lingue per tutte le razze del suo mondo, dagli Hobbit agli Elfi ai Nani.

 

PAPE deriverebbe dal latino papae (a sua volta modellato sul greco papai: ma Dante, com’è ovvio, conosceva solo il latino): è un’esclamazione di meraviglia, di stupore.

ALEPPE deriverebbe invece da aleph, la prima lettera dell’alfabeto ebraico, che può essere intesa anche nel senso di “principe, signore, sovrano”. Ma può anche darsi che Dante avesse in mente la Bibbia, e precisamente le lamentazioni di Geremia, dove compare questo termine.

 

Il grido del diavolo guardiano si può dunque “tradurre” o come << Oh, Satana, oh Satana, mio signore!” o più semplicemente come “Oh Satana, oh Satana, ahimè!”.

 

Ma chi è Plutone? Nella mitologia classica era il Dio degli Inferi (i Greci lo chiamavano Ade, e con lo stesso nome indicavano tutto l’oltretomba). Come molte altre figure del mito sarebbe stato degradato e trasformato in diavolo.

È però anche possibile che si tratti di Pluto: no, non il cane di Topolino, ma il Dio della Ricchezza. Una divinità minore anche nella mitologia, ma che qui, nel Cerchio degli Avari e Prodighi, sta proprio bene.

 

Come mai i dannati di questo Cerchio spingono dei massi? Dante ha probabilmente in mente il celebre supplizio di Sisifo, che secondo la mitologia fu condannato a spingere in eterno un masso su per una ripida salita e a vederlo ricadere appena giunto in cima.

Ma può anche darsi che riprenda, ancora una volta, un passo dell’Eneide: nel corso della sua discesa agli Inferi Enea incontra delle anime condannate precisamente a questa pena (Canto Sesto, verso 616).

 

I massi simboleggiano i mucchi di denaro. Doverli spingere con il petto significherebbe che, persino ora, i dannati se li tengono vicino al cuore, come fecero in vita.

 

Che vengano puniti gli Avari è ovvio. Ma perché all’Inferno ci sono anche i Prodighi?

Si tratta in entrambi i casi di aver fatto cattivo uso del denaro. Se però l’avarizia era un peccato da sempre condannato, Dante è il primo a puntare il dito anche contro la prodigalità. L’idea alla base è sempre la stessa: i peccatori mettono al centro della propria vita l’oggetto del loro peccato (come fu ad esempio la Lussuria per Francesca) invece che Dio, che deve essere il fine a cui tendere.

 

Il denaro non è una cosa cattiva di per sé. Si può farne buon uso, purché con misura. Ad essere condannato è, ancora una volta, l’eccesso, sia in un senso che nell’altro.

 

Lo stesso si può dire per il peccato successivo, l’IRA. Anch’essa fa parte della natura umana, ed è ineliminabile. Ma può, anzi, deve essere passeggera, momentanea. Lo stesso San Paolo ha ammonito gli uomini in questo senso: “Non tramonti il sole sopra la vostra ira” (Lettera agli Efesini, 4, 26).

 

All’ira è accoppiata l’ACCIDIA, cioè il suo esatto contrario. Ira è perdere il controllo. Accidia è la totale inattività, l’apatia (il non provare nulla, il non sentire niente).

Gli Accidiosi sbagliano perché disprezzano il mondo, la luce, la vita. Insomma, tutti i doni di Dio. Invece di goderne nel modo giusto li rifiutano, ritirandosi nel proprio angolino.

Anche questo è un eccesso. E non vale dire, come accade a molti, “Se non faccio niente, non faccio niente di male”.

 

Per finire parliamo della Sorte, o Fortuna. Di solito la si immagina bendata, o cieca: era raffigurata così nell’antichità, ed anche oggi.

Ma Dante, per bocca di Virgilio, ci spiega che le cose stanno diversamente. Non solo la Fortuna ci vede benissimo, ma non elargisce i suoi doni a caso: anzi, dà e toglie secondo un piano preciso, che è quello di Dio. In quanto tale, gli uomini non possono comprenderlo, nonostante tutta la loro conoscenza. Ma la Fortuna sì, ed agisce sulla base di questo disegno.

 

 

FONTI:

 

Commedia vol. 1. Inferno, a cura di Natalino Sapegno, La Nuova Italia Editrice 1968

Inferno, Mondadori 2018, commento di Franco Nembrini, illustrazioni di Gabriele Dell’Otto

La Divina Commedia, a cura di Siro A. Chimenz, UTET 2003

 

Marco Santagata, Guida all’Inferno, Mondadori 2013

 

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