DANTE, SENZA PAURA – INFERNO, CANTO 5

TRAMA

Dante entra nel Secondo Cerchio. E subito incontra nientemeno che il Giudice degli Inferi: Minosse.

 

È un diavolo fornito di una lunga coda. Al suo cospetto giungono le anime dannate, che confessano i propri peccati.

Minosse stabilisce il luogo nel quale dovranno subire la loro pena eterna. Si avvolge la coda intorno al corpo tante volte quanto più giù nell’Inferno il dannato dovrà scendere.

 

Quando Dante gli compare davanti Minosse lo ammonisce: non deve fidarsi di colui che lo guida, né lasciarsi ingannare dall’ampio ingresso che sembra promettere una via facile, perché sta per entrare in un luogo di tormenti.

 

Ma interviene Virgilio, che come già fece con Caronte placa la collera del guardiano infernale sottolineando la volontà di Dio: << Vuolsi così colà dove si puote / ciò che si vuole, e più non dimandare. >>.

 

 

 

(Minosse giudica i dannati – disegno di Ezio Anichini)

 

Proseguendo nel cammino, Dante si ritrova in un luogo completamente buio, dove soffia un vento violentissimo e incessante.

I dannati sono sballottati di qua e di là, travolti dalle raffiche furiose.

 

Data la natura della pena, Dante capisce che ad essere puniti in questo luogo sono i Lussuriosi: coloro che in vita preferirono cedere al turbinio delle passioni invece di seguire i suggerimenti della Ragione.

 

Nei vortici mugghianti del vento si intravedono alcune anime. Dante chiede a Virgilio chi esse siano, e il maestro gli risponde.

 

Ecco Semiramide, l’antica regina d’Oriente, che giunse a tal punto di bassezza da proclamare lecito ciò che invece era illecito.

 

Ecco Didone, che presa dalla passione per Enea ruppe il giuramento fatto alla memoria del marito di non amare mai un altro uomo.

 

E poi Cleopatra, l’ultima regina d’Egitto, che fu una lussuriosa senza eguali.

 

E anche Elena, la più bella delle donne, per la quale si combatté la guerra di Troia. E dopo di lei Achille, che fu ucciso mentre si preparava a soddisfare ancora una volta la propria lussuria.

 

E infine Paride, che rapì la summenzionata Elena al suo legittimo marito, e Tristano, il cavaliere che preso dalla passione dimenticò i propri doveri di lealtà.

 

Mille altri vede Dante, e prova grande pietà per la loro sorte.

Nella folla di anime sballottate dal vento ne scorge due che si tengono abbracciate, e che paiono più leggere delle altre. Chiede a Virgilio se è possibile parlare con loro, e il maestro risponde di sì: potrà farlo quando il vento le porterà più vicino.

 

“Voi che siete così piene d’affanni, venite a parlare con noi, se Dio lo permette” grida loro Dante, per farsi sentire sopra la furia del vento.

“O anima buona che hai pietà della nostra sorte, lo faremo volentieri, e se Dio ci ascoltasse lo pregheremmo di concederti la pace. Domanda pure, e noi ti risponderemo, finché il vento, come ora, non soffia più.”

 

 

(Ary Scheffer, Le ombre di Paolo e Francesca appaiono a Dante e Virgilio, 1855 – Parigi, Louvre)

 

“Sono nata nella città che si trova sulla costa dove il Po si getta in mare insieme ai suoi affluenti.

L’amore che quest’uomo provò per me, e che io ricambiai, ci tiene uniti ancora adesso. L’Inferno più profondo attende colui che tolse la vita ad entrambi.”

 

Queste parole provocano in Dante un momentaneo smarrimento. Ha riconosciuto colei che sta parlando e, ripresosi, la chiama per nome.

 

“Francesca, dimmi, come è potuto succedere che vi siate fatti prendere dalla passione?”

 

“Non c’è nulla di più triste che ricordare i tempi felici quando si è in miseria, e il tuo maestro lo sa bene. Ma poiché lo chiedi, ti risponderò tra le lacrime.”

 

Francesca narra del libro “galeotto” – la storia d’amore tra Lancillotto e la regina Ginevra – che quel giorno stava leggendo in compagnia di Paolo. E di come, ispirati dalle parole del libro, commisero anch’essi adulterio.

 

Mentre Francesca parla l’anima di Paolo piange.

 

Di fronte a un tale dolore, unito alla pietà che prova per loro, Dante non regge più, e sviene.

 

 

(Dante sviene dopo aver udito la storia di Paolo e Francesca – acquerello di William Blake, 1824-27)

 

 

COMMENTO

Siamo già al Canto più famoso della Commedia, quello che tutti conoscono e citano. La storia d’amore di Paolo e Francesca ha scavalcato i secoli.

 

Prima di parlare di loro però dedichiamo qualche riga al povero Minosse, spesso ingiustamente dimenticato.

Si tratta, come Caronte, di un personaggio della mitologia greca. Re di Creta, fece costruire il celebre Labirinto, nel quale si aggirava il terribile Minotauro, il mostro con corpo di uomo e testa di toro. Ma fu anche un sovrano celebrato per la sua saggezza, tanto da diventare uno dei tre Giudici degli Inferi, insieme a Radamanto ed Eaco.

Questa sua funzione è attestata da Virgilio nel Canto Sesto dell’Eneide (nel quale si racconta della discesa di Enea agli Inferi), ed è da qui che Dante lo riprende. Pur trasformato in un diavolo, conserva l’autorevolezza conferitagli dal suo ministero.

 

L’immagine dell’entrata dell’Inferno ampia e comoda, e per questo pericolosamente invitante, viene anch’essa dall’Eneide, ma ancor più dal Vangelo di Matteo (7, 13): << Larga è la porta e spaziosa è la via che conduce alla perdizione >>.

 

Nel Cerchio dei Lussuriosi sono puniti i peccator carnali / che la ragion sommettono al talento. Qui “talento” va inteso non nel significato che gli attribuiamo oggi, di grande capacità o attitudine nel fare qualcosa, ma nel senso di “passione, desiderio smodato”.

Il peccato della Lussuria è tale perché chi si lascia travolgere dalla passione amorosa rinuncia a esercitare le proprie facoltà razionali, che suggerirebbero invece di contenersi. Ma l’uomo che consapevolmente sceglie di non usare più la ragione, abbandonandosi agli istinti, non è più un uomo, è una bestia.

 

Come già fu per gli Ignavi, e sarà per i successivi peccatori, vediamo qui applicata la regola del contrappasso: il vento che incessantemente fa vorticare le anime riprende il turbine dei sensi al quale i dannati si lasciarono andare in vita.

Compaiono poi alcune anime, tra le quali, ancora una volta, si riconoscono personaggi sia storici che mitologici.

 

La prima è Semiramide, antica regina dell’Assiria e di Babilonia (siamo ben tredici secoli prima di Cristo). Dante riporta le leggende nere su di lei, che trae da un autore latino cristiano della tarda antichità. Ma la sua stessa esistenza come personaggio storico è ancor oggi dubbiosa.

 

La seconda è Didone, regina e fondatrice di Cartagine. Nel mito si narra di come, dovendo fuggire dalla città di Tiro sua madrepatria dopo che un usurpatore aveva ucciso suo marito Sicheo, legittimo sovrano, sia approdata in Africa e abbia fondato la città che sarebbe diventata la grande nemica di Roma. Qui Dante ricalca pari pari i versi di Virgilio riguardo la promessa fatta alla memoria del marito, che ruppe quando si innamorò di Enea.

 

Vengono poi Cleopatra, l’ultima regina d’Egitto, ed Elena, la più bella di tutte le donne. Vediamo anche Paride, il principe troiano che rapì Elena, atto che fu all’origine della guerra di Troia.

 

Qualche parola invece su Achille e Tristano.

 

Il celebre eroe greco famoso per la sua invulnerabilità morì ucciso proprio da Paride, che lo colpì con una freccia al tallone. Secondo una versione del mito questo avvenne non in campo aperto, ma in un’imboscata. Achille vi fu attirato con la promessa di sposare Polissena, sorella di Paride, della quale si era invaghito. Ed ecco perché, come dice Dante, dovette combattere contro Amore, e perse.

 

Tristano è un personaggio del ciclo cavalleresco di Re Artù, anche se le origini della sua storia sono molto più antiche. Incaricato dal proprio sovrano di condurre a corte la sua promessa sposa, Isotta, se ne innamora a causa di un filtro magico, che lo stesso re aveva richiesto per far sì che la fanciulla potesse ricambiarlo.

 

Ma veniamo ai due grandi protagonisti di questo Canto: Paolo e Francesca.

 

In realtà dovremmo dire solo Francesca, perché parla solo lei per tutti e due. Paolo tace, e alla fine piange.

 

Francesca Da Polenta è parente di Guido Novello Da Polenta, signore di Ravenna, che sarà l’ultimo protettore di Dante.

Il matrimonio con Giovanni Malatesta, signore di Rimini (detto ciotto perché zoppo) fu un’unione politica, com’era uso del tempo, anche se non sembra vi fossero discordie tra le due famiglie, entrambe di parte guelfa.

 

 

(Il castello dei Malatesta sulla Rocca di Gradara, presso Pesaro – copyright Wikimedia Commons)

 

Qualche tempo dopo Francesca iniziò una relazione con Paolo, fratello di Giovanni. Paolo, detto il Bello per la sua avvenenza fisica, era un personaggio noto a Firenze, dove aveva esercitato la magistratura di Capitano del Comune tra il 1282 e il 1283, appena pochi anni prima del duplice delitto, avvenuto probabilmente nel 1285 ad opera dello stesso Giovanni, che aveva sorpreso i due amanti.

 

Di questa storia, però, Dante è l’unico scrittore del tempo a parlare. Forse era nota a Firenze per via del fatto che il padre di Francesca, Guido il Vecchio, venne eletto Potestà della città nel 1290. Ma in generale le fonti dell’epoca, comprese quelle locali della Romagna, non accennano minimamente al fatto.

 

La spiegazione è molto semplice: non valeva la pena parlarne. Vendicare un adulterio con il sangue era prassi comune. Ricordiamo che in Italia il delitto d’onore fu punito con pene lievi e la legislazione relativa fu abrogata solo nel 1981!

(https://it.wikipedia.org/wiki/Delitto_d%27onore )

 

Dante ci dà dunque informazioni sui fatti di cronaca del tempo. Come avverrà altre volte, mette in scena personaggi dei quali, senza di lui, non sapremmo niente, per via dei molti secoli trascorsi da allora o perché, già al tempo, le loro vicende erano di poca importanza.

 

Il marito tradito, Giovanni detto Gianciotto, è ancora in vita: morirà nel 1304. Francesca, per bocca di Dante, profetizza la sua sorte ultraterrena: finirà nella Caina, una delle quattro zone dell’Inferno più profondo, dove sono puniti i traditori dei parenti. Il luogo adatto per chi commise il primo femminicidio della Storia.

 

Ma quale è mai il libro che, nel racconto di Dante, dà origine a tutto il patatrac?

 

Si tratta del Lancelot, un testo francese in prosa che narra gli amori del grande Cavaliere della Tavola Rotonda con Ginevra, moglie di Re Artù. Un’altra storia d’adulterio, dunque, anzi, l’adulterio per eccellenza: Lancillotto è doppiamente fedifrago, non solo perché ha insidiato la moglie di un altro, ma perché ha rotto il giuramento di fedeltà che lo legava al re.

Il Lancelot era un testo molto diffuso e apprezzato tra coloro che amavano leggere le vicende dei Cavalieri della Tavola Rotonda, sebbene il suo valore letterario sia poca cosa: oggi sarebbe considerato un romanzo di consumo, poco più che un Harmony.

 

Galeotto fu il libro e chi lo scrisse. Francesca conclude il suo racconto con un gioco di parole. Nella vicenda di Lancillotto e Ginevra è il cortigiano Galehaut (Galeotto) a far incontrare i due, inducendoli a confessare i sentimenti che entrambi provano.

 

 

(Ingres, Paolo e Francesca, 1819 – Angers, Musee Turpin de Crisse)

 

 

FONTI:

Commedia vol. 1. Inferno, a cura di Natalino Sapegno, La Nuova Italia Editrice 1968

Inferno, Mondadori 2018, commento di Franco Nembrini, illustrazioni di Gabriele Dell’Otto

La Divina Commedia, a cura di Siro A. Chimenz, UTET 2003

 

 

Marco Santagata, Guida all’Inferno, Mondadori 2013

Marco Santagata, Il racconto della Commedia, Mondadori 2017

Marco Santagata, Le donne di Dante, Il Mulino 2021

 

Touring Club Italiano: https://www.bandierearancioni.it/approfondimento/il-mito-di-paolo-e-francesca-gradara-e-la-vera-storia-degli-amanti

 

 

 

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