DANTE, SENZA PAURA – INFERNO, CANTO 4

TRAMA

Dante si riprende dallo svenimento, e scopre di aver passato l’Acheronte. Intorno a lui è tutto buio: nessuna luce rischiara quel pozzo di profonda oscurità.

 

Virgilio gli dice di mettersi in cammino. Ma persino lui esita, è pallido, incerto.

Dante, nel vedere il colorito terreo del suo maestro, si spaventa. Cosa lo attende da lì in avanti, se anche la sua guida sembra atterrita?

 

I due viandanti entrano nel Primo Cerchio dell’Inferno.

Dante sente levarsi alti lamenti e lunghi sospiri. Gli spiriti che qui dimorano non sono tormentati da una pena fisica, né ricevono torture sul corpo. Ma sono tanti, tantissimi: uomini, donne e persino bambini.

 

Virgilio dice: “Perché non mi chiedi chi sono queste anime? Sappi dunque che nessuna di loro commise peccato, e anzi fecero molte opere buone in vita.

Ma non bastò. Perché vissero senza aver ricevuto il battesimo, l’unico atto che permette di entrare nella vera fede. E anche quando conobbero il Cristianesimo non adorarono Dio come si conviene.

 

Sappi inoltre che tra queste anime ci sono anch’io. La nostra pena è quella di vivere senza poter mai veder soddisfatto il nostro desiderio più grande, che è vedere Dio.”

 

Dante prova un immenso dolore per la sorte di questi spiriti, anche perché tra essi riconosce molte persone che in vita furono onorate e sapienti.

Desidera inoltre essere ancora più saldo nella sua fede, e perciò chiede a Virgilio:

“Maestro, puoi dirmi se qualcuna delle anime che qui dimorano fu mai tratta in salvo, per merito suo o di altri, e ora vive tra i beati?”

 

Virgilio, che ha capito dove Dante vuole andare a parare nonostante si sia tenuto sul vago, risponde:

“Io ero giunto qui da poco, quando vidi scendere in questo luogo un personaggio molto potente, col capo cinto di una corona di vittoria.

Egli venne, e scelse alcune anime: Adamo, il primo uomo; Abele, suo figlio; Noè; Mosè, che molto ubbidì a Dio e diede le Sue leggi al popolo; e poi Abramo, Isacco, Giacobbe con la sua sposa Rachele e i loro figli, e il grande re Davide, e molti altri ancora.

Sappi anche che, prima di loro, nessun altro fu salvato.”

 

 

(Andrea Mantegna, Cristo scende al Limbo, 1492 – collezione privata)

 

Mentre parlano, i due viandanti proseguono il cammino, facendosi largo tra la folla delle anime.

All’improvviso appare una luce, l’unico bagliore in quel luogo ammantato di tenebre. Già da lontano Dante si accorge che molti uomini onorevoli sono radunati intorno ad essa.

 

“Maestro, chi sono costoro che hanno meritato di star separati da tutti gli altri?”

“Sono coloro che, in vita, ebbero così notevole fama da aver ricevuto, qui, un segno speciale della Grazia divina.”

 

Da quel gruppo di anime si leva una voce:

“Onorate questo poeta! La sua anima, che era partita, è ora tornata fra noi!”

E quattro ombre vengono avanti ad accogliere i due pellegrini.

 

“Guarda” dice Virgilio “guarda quello che porta in mano una spada: è Omero, il più grande dei poeti. Dietro di lui viene Orazio, per terzo Ovidio e per ultimo Lucano.

Io, come loro, fui poeta. Per questo mi onorano, e fanno bene.”

 

Virgilio parla per un po’ con gli altri, e poi presenta loro Dante. I poeti sono felici di conoscerlo, e lo ammettono nella loro eletta schiera.

 

 

(I poeti accolgono Dante – illustrazione di Gustave Dorè)

 

Insieme ai suoi nuovi colleghi Dante giunge fino alla fonte della luce.

Qui gli appare un castello, alto e magnifico, con sette cinte di mura e un piccolo fiume che gli scorre intorno.

Camminando sull’acqua come per miracolo, e attraversate le sette porte, si trovano in un grande prato coperto di erba fresca.

 

Qui molti spiriti che in vita furono grandi personaggi discorrono amabilmente, in tono pacato e austero.

I poeti accompagnano Dante sugli spalti del castello, così che possa vedere bene tutto il cortile. Da lì gli indicano i loro compagni.

 

 

 

(Jan Van Der Straet detto Giovanni Stradanio, Il castello dei grandi spiriti, disegno del 1587 – Firenze, Biblioteca Medicea Laurenziana)

 

Tra essi Dante ne riconosce molti.

Per primi vede Ettore ed Enea, gli eroi del mito, e con loro il re Latino e sua figlia Lavinia.

Ed ecco Giulio Cesare, armato di tutto punto, e negli occhi uno sguardo da rapace.

Laggiù invece c’è Bruto, il primo di questo nome, che cacciò il re Tarquinio il Superbo e fondò la repubblica di Roma antica.

E poi alcune donne eccellenti per virtù: Lucrezia, che al disonore per lo stupro subito preferì la morte; Giulia, figlia di Cesare e moglie di Pompeo; Marzia, moglie di Catone Uticense; Cornelia, madre di Tiberio e Sempronio Gracco.

Un po’ in disparte si trova poi Saladino, il magnanimo condottiero musulmano.

 

Poco più in là ecco Aristotele, il più grande di tutti i filosofi, che siede attorniato dai suoi colleghi: Platone, suo predecessore, e Socrate che di questi fu maestro; Democrito, che teorizzava un mondo creato dal caso; e poi Diogene, Anassagora, Talete, Empedocle, Zenone e l’oscuro Eraclito.

 

E ancora Euclide, il celebre matematico; Tolomeo, che disegnò la mappa del mondo; Galeno, il famoso medico.

 

Vi sono poi due studiosi musulmani: Avicenna e Averroè, che si dedicarono a commentare le opere di Aristotele.

 

Dante non può rimanere a rimirare tutti questi spiriti. Non c’è tempo, il viaggio incombe.

I poeti si separano e salutano Virgilio.

 

Il cammino riprende. È tempo di lasciare quest’unico luogo di quiete per tornare là dove regnano il terrore e l’oscurità.

 

 

COMMENTO

Un Canto apparentemente semplice, ma che in realtà affronta questioni molto importanti.

 

Siamo nel LIMBO, il luogo dell’oltretomba dove, come detto da Virgilio, dimorano coloro che vissero prima della venuta di Cristo o che non ricevettero il battesimo. Tra questi ultimi ci sono anche i bambini morti prematuramente.

 

Il Limbo oggi non esiste più. La Chiesa lo ha abolito.

Come è stato possibile questo? Come può la Chiesa decidere che una parte dell’aldilà non c’è?

In realtà il Limbo non è mai stato compreso nella costruzione teologica della Chiesa. Si è iniziato a credere nella sua esistenza, ma non è un dogma.

Inoltre, essendo per definizione un luogo a metà tra il Bene e il Male, non si incastra come si deve nell’immagine che la Chiesa vuole dare della fede. O si sceglie la fede, e quindi Dio, o li si nega. O di qui, o di là. Le vie di mezzo non sono previste.

 

Ad abolire il Limbo è stato Papa Benedetto XVI, nel 2007. L’altro ieri, praticamente.

Già quando era cardinale, Joseph Ratzinger sostenne che il Limbo era solo “un’ipotesi teologica”. Nel gennaio del 2007, durante un’udienza in Vaticano, l’allora Papa autorizzò la pubblicazione di un documento che invitava i fedeli ad abbandonare l’idea dell’esistenza del Limbo.

Ad aprile dello stesso anno la Commissione Teologica Internazionale ha pubblicato il documento, intitolato La speranza della salvezza per i bambini che muoiono senza battesimo. Oggi è disponibile in Rete sul sito del Vaticano.

(http://www.vatican.va/roman_curia/congregations/cfaith/cti_documents/rc_con_cfaith_doc_20070419_un-baptised-infants_it.html )

 

La fine del Limbo è stata accolta con una certa sorpresa. Se ne parlò molto su tutti i giornali, sia italiani che stranieri.

 

Il Limbo, come concetto se non come luogo, esiste anche nell’Islam.

Nel Corano la settima Sura (ovvero uno dei “capitoli” in cui è diviso il Libro Sacro dei musulmani) ha per titolo Al Araf, parola araba che alcuni traducono con “Il Limbo” ma che più propriamente indica un muro, o anche un’altura. Nella concezione islamica vi è un grande muro che separa l’Inferno dal Paradiso: secondo alcuni commentatori del Corano sugli spalti di questo muro si troverebbero coloro le cui azioni buone pareggiano esattamente quelle malvage, e che attendono la decisione finale di Dio.

Da notare che, nel testo della Sura, si legge:

“E fra i due [Inferno e Paradiso] vi sarà un muro, e su Al Araf vi saranno genti che tutti riconosceranno per i loro segni caratteristici. Grideranno alle genti del Giardino << La pace sia con voi!>>. Non vi potranno entrare, pur bramandolo. E quando i loro sguardi si volgeranno alle genti del Fuoco diranno << Signore, non metterci con gli iniqui!>>.”

 

Come si vede, una visione molto simile a quella cristiana prima e dantesca poi. Abbiamo già accennato al fatto che Dante potesse conoscere almeno alcuni aspetti della cultura islamica, una questione ancora molto dibattuta (https://stefanotartaglino.it/dante-senza-paura-la-commedia ).

 

Di certo, come abbiamo visto sopra raccontando la trama di questo Canto, conosceva la vita e le opere di tre grandi musulmani: il Saladino, Avicenna e Averroè.

Saladino è il sultano guerriero che riconquistò Gerusalemme dopo aver sconfitto i Crociati nella battaglia di Hattin (1187), una vicenda raccontata anche dal kolossal hollywoodiano Le Crociate – Kingdom of Heaven di Ridley Scott.

Contro di lui venne organizzata la Terza Crociata, guidata dal re d’Inghilterra, il celebre Riccardo Cuor di Leone. L’onore e la cortesia che i due avversari dimostrarono l’un l’altro entrarono nella leggenda. Per questo, forse, Dante lo colloca tra i grandi spiriti.

Saladino era senz’altro un sovrano energico, ma seppe anche dimostrare clemenza: non merita affatto l’appellativo di “feroce” col quale è ancora oggi conosciuto.

 

Avicenna fu un famoso medico, vissuto tra il Decimo e l’Undicesimo Secolo. Scrisse opere fondamentali di medicina, che giunsero anche in Europa e costituirono per secoli la base di questa disciplina.

 

Averroè fu invece un filosofo, vissuto nel Dodicesimo Secolo in Spagna, all’epoca terra islamica. La sua opera è importante per due motivi.

Da un lato si dedicò a commentare gli scritti di Aristotele, all’epoca totalmente sconosciuti in Occidente, mentre erano ben noti in terra islamica (il gran commento di cui parla Dante). Fu proprio grazie alla traduzione latina dei suoi commenti che infine anche in Europa si riscoprì il pensiero del grande filosofo greco (che qui Dante chiama il maestro di color che sanno).

Dall’altro sostenne la possibilità di conciliare religione e filosofia. Esse non sono in contrasto tra loro, ma semplicemente due diverse vie per raggiungere la medesima destinazione, cioè la verità.

 

Ma torniamo al viaggio del nostro Sommo Poeta.

Come si può notare dai molti nomi che affollano questo Canto, Dante mette insieme figure del mito (Ettore, Pentesilea, Enea, Camilla, Latino e Lavinia, la maggior parte delle quali copiate pari pari dall’Eneide di Virgilio), personaggi biblici (Adamo, Abele, i Patriarchi) e personaggi storici (i più famosi filosofi dell’antica Grecia, Giulio Cesare, i grandi poeti latini).

 

Sembra dunque naturale che in questo luogo, unico spazio di luce e di quiete tra le orrende tenebre infernali, Dante collochi anche Virgilio, suo maestro e sua guida.

 

Ci si potrebbe anzi chiedere come mai lo abbia messo qui, e non lo abbia ritenuto degno del Paradiso. In effetti lassù troveremo personaggi sicuramente pagani o comunque vissuti prima di Cristo, che Dante mette tra i salvati “perché gli stanno simpatici” (come del resto farà con molti dei propri contemporanei, e altrettanti ne condannerà all’Inferno).

 

Secondo la visione di Dante, che ovviamente conosce bene l’opera del suo maestro, Virgilio ha commesso una colpa: grazie alla propria sapienza ha predetto l’arrivo di Cristo, ma poi non ne ha tenuto conto, seguitando a vivere come prima (al tempo degli Dei falsi e bugiardi, come disse quando ce lo presentò).

 

Il riferimento letterario viene dalla Bucoliche, la prima opera di Virgilio.

 

…già la novella prole discende dall’ alto del cielo.

Tu, casta Lucina, proteggi il bambino nascituro

con cui cesserà la generazione del ferro e in tutto il mondo

sorgerà quella dell’oro […]

Egli riceverà la vita degli Dei […]

E reggerà il mondo pacificato dalla virtù del padre.

 

Se si leggono solo questi versi sembra facile vedervi una profezia della venuta di Cristo.

Tra l’altro, come hanno notato gli studiosi, il pensiero medioevale riteneva che l’avvento del Redentore sarebbe stato predetto, oltre che dai Profeti dell’Antico Testamento, anche dalle profetesse del mondo pagano, le Sibille.

Oggi naturalmente queste interpretazioni non reggono più. Anzi, leggendo per intero l’opera di Virgilio (le Bucoliche, poesie dedicate al mondo dei pastori; le Georgiche, che cantano i campi dei contadini; e il grandioso poema epico dell’Eneide) appare chiaro che egli voleva invece glorificare Augusto, il primo imperatore di Roma, che riportò la pace dopo oltre un secolo di guerre civili.

 

Omero, Virgilio, Orazio, Ovidio e Lucano sono i poeti che la cultura medioevale considerava i più grandi dell’antichità.

E Dante, che come al solito ha un alto concetto di sé stesso e delle proprie capacità letterarie, decide di autonominarsi sesto tra cotanto senno. Niente di meno. Del resto abbiamo già visto la sua tendenza a glorificarsi da solo (https://stefanotartaglino.it/dante-senza-paura-episodio-4-un-poeta-fiorentino ).

 

L’idea di un luogo dove collocare tutti i più grandi personaggi del passato, che furono celebri per le loro imprese, per la loro virtù o per la loro sapienza, era già venuta a Dante quando scriveva il Convivio: qui infatti si parla di un’ “Atene celeste”, che avrebbe accolto spiriti provenienti da ogni epoca e da ogni religione.

 

 

FONTI:

Commedia vol. 1. Inferno, a cura di Natalino Sapegno, La Nuova Italia Editrice 1968

Inferno, Mondadori 2018, commento di Franco Nembrini, illustrazioni di Gabriele dell’Otto

La Divina Commedia, a cura di Siro A. Chimenz, UTET 2003

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