DANTE, SENZA PAURA – INFERNO, CANTO 18

TRAMA

Scesi dalla groppa di Gerione, i due pellegrini sono ormai giunti all’Ottavo Cerchio dell’Inferno.

 

Un luogo terribile, il cui solo nome già mette paura: MALEBOLGE.

 

La roccia è di colore grigio come il ferro. E proprio al centro della spianata si apre un pozzo enorme e profondissimo.

 

Tra il pozzo e la parete di roccia vi sono ben dieci fossati, del tutto simili a quelli che difendono i castelli. Per attraversarli bisogna camminare su degli stretti ponti di pietra.

 

 

(Le Malebolge – illustrazione di Paolo Barbieri, dal volume L’ Inferno di Dante, Sergio Bonelli Editore, 2021)

 

Subito s’arriva alla Prima Bolgia, dove nuovi peccatori subiscono una nuova pena, tormentati da nuovi guardiani.

 

Su un lato del fossato le anime procedevano incontro a Dante e Virgilio, mentre dall’altro andavano in senso inverso. Proprio come a Roma durante il Giubileo, quando a causa della gran folla che si accalcava sul ponte di Castel Sant’Angelo si decise di regolare il traffico: da una parte chi andava verso San Pietro, dall’altra chi tornava sui suoi passi avendo concluso il pellegrinaggio.

Orrendi diavoli cornuti tormentavano le anime, frustandole senza sosta.

 

 

(I RUFFIANI – illustrazione di Gustave Dorè)

 

 

Dante ne vede una che gli sembra di conoscere. Si ferma e, con il consueto permesso di Virgilio, torna un po’ indietro.

 

Il peccatore cerca di nascondere il proprio volto, ma Dante lo incalza:

 

“Tu che abbassi lo sguardo! Se i miei occhi non mi ingannano, sei Venedico Caccianemico! Come mai sei precipitato in questa bolgia?”

 

“Ti rispondo malvolentieri, ma sono costretto dalle tue chiare parole, che mi fanno ricordare la vita passata.

 

Io sono quello che diede Ghisolabella a un marchese, come preda per le sue voglie.

 

E non sono il solo di Bologna quaggiù: anzi, ormai ci sono più bolognesi in questa bolgia che in città. Se vuoi una prova di quanto affermo, pensa al nostro carattere, fatto solo di avidità.”

 

Il suo discorso fu interrotto da un diavolo, che lo prese a frustate gridando “Fila via, ruffiano! Qui non ci sono donne da far prostituire!”

 

Dante torna da Virgilio, e riprende il cammino. Poco dopo giungono al ponte che attraversa il fossato. Da lì sopra si fermano a osservare la folla di anime che vi passa sotto.

 

“Guarda quello!” dice Virgilio “Cammina ancora a testa alta, e non versa lacrime per il dolore. Che aspetto regale ha tuttora! Egli è nientemeno che GIASONE. Con il suo coraggio e la sua intelligenza portò via l’Ariete dal Vello d’Oro a quelli della Colchide.

 

Durante la traversata del mare approdò all’isola di Lemno, le cui donne spietate avevano da poco ucciso tutti i loro uomini.

 

Lì, con belle parole, riuscì a ingannare Isifile, la ragazza che per prima aveva ingannato tutte le altre.

 

Poi la abbandonò, sola e incinta. Per questa colpa è punito qui, e al tempo stesso sconta anche ciò che fece a Medea.

 

Qui sotto vengono dunque tormentati coloro che ingannano gli altri con la seduzione. Ti basti sapere questo per quanto riguarda questa prima fossa e coloro che vi sono gettati.”

 

I due pellegrini giungono al secondo ponte, che scavalca il secondo fossato.

 

In questa seconda bolgia vi sono anime che gemono, sbuffano e si percuotono da sole.

 

I bordi della fossa sono ricoperti da una muffa puzzolente, il cui afrore si somma alle esalazioni del suolo.

 

Questo si scorge a malapena, tanto è profondo il fossato. Per vederlo bisogna salire fino al punto più alto del ponte.

 

Lì giunti, Dante vede alfine la pena di queste anime: sono immerse nello sterco, tanto abbondante che sembra essere colato fin quaggiù da tutte le latrine del mondo dei vivi.

 

 

(Jan Van Der Straet detto Giovanni Stradanio – Gli Adulatori nella Seconda Bolgia – disegno del 1587-88 – Firenze, Biblioteca Medicea Laurenziana)

 

 

Cercando di vedere se ci sia qualcuno che conosce, nota un’anima sporca fin sulla testa, tanto che non si capisce se sia un laico o porti la tonsura dei religiosi.

 

Questa, accortasi di essere osservata, lo apostrofa:

 

“Perché stai guardando proprio me, tra tutti questi dannati?”

 

“Perché, se ben mi ricordo, ti ho visto con i capelli puliti. Sei Alessio Interminei, di Lucca. Per questo ti fisso.”

 

“A gettarmi quaggiù fu l’adulazione, che la mia lingua non si stancò mai di pronunciare.”

 

Virgilio interviene:

 

“Non fissarti su di lui, ma guarda un po’ oltre. Osserva quella ragazza sporca che si graffia con le unghie piene di sterco, e un po’ si siede e un po’ sta in piedi.

 

Quella è Taide, la puttana. Quando il suo amante le chiese se poteva contare sulla sua gratitudine, lei rispose << Sì, certamente >>. Dopo di lei abbiamo visto abbastanza.”

 

 

COMMENTO

 

Il Canto che ci fa entrare di colpo nel Cerchio più affollato dell’Inferno: l’Ottavo, detto anche MALEBOLGE.

Questo termine è stato inventato da Dante, e significa “le fosse del Male” (nella lingua toscana dell’epoca “bolgia” indicava una borsa o una sacca, e per estensione un fossato).

 

Da qui in poi sono puniti i FRAUDOLENTI, ovvero coloro che ingannarono gli altri, macchiandosi del peccato di frode.

 

L’Ottavo Cerchio è riservato, per così dire, a coloro che ingannarono chi, non conoscendoli, non aveva particolari motivi né per fidarsi né per non fidarsi.

 

Il Nono Cerchio invece, come si vedrà, accoglie i Traditori, vale a dire coloro che ingannarono chi li conosceva e quindi si fidava ciecamente.

 

La Prima Bolgia è la sede eterna dei RUFFIANI. Si tratta di coloro che ingannarono le donne, chi seducendole (come Giasone, di cui parleremo tra poco), chi inducendole alla prostituzione, come Venedico Caccianemico.

 

Questi era un importante politico bolognese, di parte Guelfa. Dante qui lo accusa di aver fatto prostituire la sorella Ghisolabella, cedendola ad un marchese del casato degli Este di Ferrara (forse perché li sosteneva nelle loro mire espansionistiche su Bologna). Una storia che circolava in varie versioni, forse soltanto una diceria, a cui Dante mostra di credere.

 

Nel fossato, i due gruppi di anime procedono le une in senso contrario alle altre. Dante li paragona a quel che lui stesso vide a Roma durante il Giubileo dell’anno 1300. A causa dell’enorme afflusso di pellegrini venne imposto, forse per la prima volta nella Storia, il senso unico alternato. Sul ponte di Castel Sant’Angelo – all’epoca l’unico di Roma che collegasse la zona di San Pietro con il resto della città – il traffico fu regolato: da una parte chi andava verso la basilica, dall’altra chi tornava indietro. Oggi siamo abituati a corsie e sensi unici, ma allora fu una novità assoluta, tanto che Dante la volle riportare nel poema.

 

Nel gruppo dei seduttori, Virgilio indica a Dante la figura di GIASONE.

 

Si tratta di uno dei più celebri eroi della mitologia greca. Riunito un folto gruppo di suoi pari, tra cui il possente Eracle e il musico Orfeo, si imbarcò con loro sulla nave Argo – la prima costruita dall’uomo a solcare i mari – e navigò fino alla Colchide (antica regione oggi corrispondente all’odierna Georgia, sulla costa est del Mar Nero).

 

Giuntovi dopo un viaggio pieno di avventure – tra cui l’episodio delle donne di Lemno citato da Dante – sottrasse al re locale, che se n’era impadronito, il Vello d’Oro.

 

Si trattava delle spoglie di un favoloso ariete, mandato dagli Dei e successivamente posto in cielo a formare l’omonima costellazione.

 

Nell’impresa Giasone fu aiutato dalla figlia del re, MEDEA, che praticava le arti magiche.

Tornato con lei in Grecia, si avvalse di nuovo dei suoi incantesimi per rivendicare il trono che gli era stato usurpato.

Dopo averla sposata ed aver avuto da lei due figli decise però di ripudiarla per sposare un’altra principessa. Medea, oltraggiata, uccise i figli avuti da Giasone, maledicendolo.

 

 

 

(Charles-André van Loo, Giasone e Medea, 1759 – Musée des Beaux-Arts de Pau)

 

 

La Seconda Bolgia è quella degli ADULATORI. Adulare qualcuno significa commettere frode con belle parole, al fine di trarne un vantaggio.

 

Qui è punito un certo Alessio Interminelli, del quale si sa solo che fu fiorentino di parte Guelfa Bianca, il quale dopo la vittoria dei Neri fu esiliato con la sua famiglia a Lucca.

 

Infine compare Taide, chiamata apertamente puttana. Non è un personaggio storico né mitologico, ma letterario: è tra i protagonisti dell’opera L’ Eunuco di Terenzio, il celebre commediografo latino.

Non è chiarissimo perché Dante la scelga: il passo citato lo ha trovato in un testo di Cicerone che ugualmente punta il dito contro l’adulazione, ma difficilmente poteva conoscere l’opera di Terenzio.

 

 

FONTI:

 

Commedia vol. 1. Inferno, a cura di Natalino Sapegno, La Nuova Italia Editrice 1968

 

Inferno, Mondadori 2018, commento di Franco Nembrini, illustrazioni di Gabriele Dell’Otto

 

La Divina Commedia, a cura di Siro A. Chimenz, UTET 2003

 

 

Enrico Malato (a cura di), Dizionario della Divina Commedia, Salerno Editrice 2018 (edizione speciale per il Corriere della Sera, 2 volumi, 2021)

 

Marco Santagata, Guida all’ Inferno, Mondadori 2013

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