DANTE, SENZA PAURA – INFERNO, CANTO 15

TRAMA

 

Proseguendo il cammino, i due pellegrini giungono in una nuova zona del Girone dei Violenti. Si tengono sull’argine del torrente, mentre al di sotto si stende la sabbia infuocata.

 

Un gruppo di anime si fa loro incontro. Avvicinandosi, li scruta con attenzione, allo stesso modo di chi, di notte, strizza gli occhi cercando di distinguere i contorni delle cose o di un sarto che debba far passare il filo nella cruna dell’ago.

 

Una delle anime afferra il lembo della veste di Dante, ed esclama: “Che sorpresa!”

 

Dante la riconosce, nonostante il volto e il corpo bruciati dalle ustioni. Si tratta di una persona a lui molto cara, e non riesce a trattenere la commozione.

 

“Messer Brunetto, siete qui, dunque?”

 

“Figliolo, permettimi di accompagnarti, lasciando per un poco gli altri sventurati.”

 

“Sono io a chiedervelo, e se volete mi fermerò qui a parlare con voi, sempre che la mia guida sia d’accordo.”

 

“Ahimè, non posso fermarmi neanche un momento. Chi lo fa è poi costretto a stare sdraiato sulla sabbia per cento anni, senza potersi riparare dal fuoco che scende dal cielo. Vai avanti, e io ti verrò dietro, prima di ricongiungermi con gli altri peccatori.”

 

Dante china il capo in segno di rispetto. Sta infatti parlando con colui che in vita fu suo maestro: Brunetto Latini.

 

 

(Dante incontra Brunetto Latini – disegno di autore sconosciuto)

 

Questi continua:

 

“Per quale strano caso o destino sei giunto quaggiù prima di essere morto? E chi è colui che ti fa da guida?”

 

“Ero lassù, nel mondo illuminato dal sole, quando mi smarrii in una valle buia, prima ancora di giungere all’età matura.

 

Ne sono uscito solo ieri mattina: costui venne in mio soccorso mentre già vi stavo ricadendo, e mi mostra la diritta via, passando però di qui.”

 

“Se segui la tua stella giungerai sicuramente alla gloria più grande. Che ti attendesse qualcosa di speciale me n’ero reso conto già mentre ero in vita, e se non fossi morto così presto ti avrei sicuramente aiutato.

 

Sappi però che i Fiorentini sono un popolo ingrato e cattivo. E tu, con la tua perfetta onestà, diventerai presto un loro nemico. Da tempo sono noti per essere avidi, odiosi e superbi: non ti mescolare con gente di quella risma.

 

La sorte ha in serbo per te grandi onori. Sia i Bianchi sia i Neri vorranno distruggerti, ma tu riuscirai a scampare al loro odio.

Continuino pure a combattersi tra loro! Non potranno toccare te, che discendi dalla stirpe virtuosa dei Romani mandati a popolare Firenze insieme ai malvagi sopravvissuti di Fiesole.”

 

“Oh, se solo fosse stato soddisfatto il mio desiderio, e voi foste ancora nel mondo dei vivi!

 

Il ricordo di voi che, come un buon padre, mi avete insegnato come l’uomo possa diventare eterno attraverso la fama delle opere buone compiute in vita è scolpito nella mia mente. Lo porterò con me per tutta la vita.

 

Il futuro che mi prospettate non mi è nuovo. Ho già sentito una profezia simile, e di entrambe chiederò conto a una donna che saprà sciogliere i miei dubbi, se mi sarà concesso di giungere fino a lei.

 

Desidero però che sia ben chiaro questo: pur di non tradire la mia coscienza, sono pronto a sopportare qualsiasi sorte avversa. Che la Fortuna dunque giri la sua ruota come le piace!”

 

Virgilio commenta: “Chi prende nota di ciò che gli viene detto è stato davvero attento.”

 

Dante continua a parlare con Messer Brunetto, e gli chiede chi siano i suoi compagni più famosi e importanti.

 

“Di alcuni di loro ti parlerò, mentre di altri non dirò niente, perché sarebbe un discorso troppo lungo e abbiamo poco tempo.

 

Per farla breve, ti dirò che in vita furono tutti uomini di Chiesa e letterati di grande fama, ma insozzati tutti dallo stesso orrendo peccato.

 

Ti direi di più, ma devo fermarmi qui, non posso più accompagnarti. Vedo levarsi dal sabbione un nuovo fumo, e sta arrivando gente con la quale non devo mescolarmi.

 

Solo più questo ti chiedo: abbi ben cara la mia opera, il Tesoro, grazie alla quale la mia fama vivrà ancora.”

 

Con queste parole si congeda da Dante, e volgendosi indietro riprende a correre, rapido come quegli uomini che a Verona durante il Palio inseguono il drappo verde: e sembra proprio uno che vince, non uno che perde.

 

 

COMMENTO

 

Siamo sempre nel Girone dei Violenti, ma in un’altra zona: qui sono puniti i Violenti contro Natura, vale a dire coloro che praticarono la sodomia.

 

Il grande protagonista di questo Canto è BRUNETTO LATINI, celebre letterato fiorentino, così famoso da essere spesso consultato e convocato nei consigli cittadini.

 

Fu maestro non solo di Dante ma di molti giovani poeti della stessa generazione. La sua opera più importante, scritta in francese, è il Trésor, sorta di enciclopedia del sapere del tempo. La possediamo tutt’ora, completa. Vi si può leggere, tra le altre cose, della sfericità della Terra: a dimostrazione che nel Medioevo non si credeva affatto che la Terra fosse piatta, come spesso si continua a ripetere.

 

Dante rivendica qui un rapporto speciale con lui, ponendosi di fatto come suo erede e continuatore. Un ulteriore segno dell’alta concezione di sé tipica di colui che oggi chiamiamo Sommo Poeta.

 

Brunetto Latini invita Dante a “seguire la sua stella”, cioè la sua costellazione. Dante era infatti nato sotto il segno dei Gemelli, che nella concezione astrologica del tempo predisponeva allo studio e alla conoscenza delle lettere.

 

Il riferimento a Fiesole riecheggia invece una leggenda, diffusa all’epoca, sull’origine di Firenze.

Si credeva che nell’antica Roma, nel periodo della repubblica, la città di Fiesole avesse appoggiato la congiura di Catilina (63 a.C.) e fosse per questo stata distrutta. I sopravvissuti, insieme a coloni venuti da Roma, avrebbero fondato una nuova città, Firenze: la diversa origine e il diverso orientamento politico dei nuovi cittadini sarebbero stati la causa delle discordie interne che ancora al tempo di Dante dividevano la città.

 

Brunetto Latini profetizza poi a Dante le difficoltà che dovrà affrontare a causa dell’odio sia dei Neri che dei Bianchi.

Dante ha già sentito una profezia simile, da Farinata degli Uberti ( https://stefanotartaglino.it/dante-senza-paura-inferno-canto-10  ). Si appunta mentalmente anche questa per poi, quando e se giungerà di fronte a Beatrice, chiedere conferma definitiva del destino che lo attende.

 

Infine chiede al maestro chi siano i suoi compagni. Tra i personaggi citati, evidentemente noti all’epoca ma oggi di secondo piano, ricordiamo solo Cipriano, autore latino della tarda antichità che scrisse una grammatica latina molto usata nel Medioevo.

 

L’immagine conclusiva del Canto è quella del Palio di Verona. Si tratta di una corsa a piedi, il cui vincitore riceveva in premio un drappo verde. Dante vi assistette probabilmente durante il suo primo soggiorno nella città scaligera.

 

 

FONTI:

 

Commedia vol. 1. Inferno, a cura di Natalino Sapegno, La Nuova Italia Editrice 1968

 

Inferno, Mondadori 2018, commento di Franco Nembrini, illustrazioni di Gabriele Dell’Otto

 

La Divina Commedia, a cura di Siro A. Chimenz, UTET 2003

 

 

Enrico Malato (a cura di), Dizionario della Divina Commedia, Salerno Editrice 2018 (edizione speciale per il Corriere della Sera, 2 volumi, 2021)

 

 

Marco Santagata, Guida all’ Inferno, Mondadori 2013

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