DANTE, SENZA PAURA – INFERNO, CANTO 14

TRAMA

I due pellegrini entrano nel terzo girone del Settimo Cerchio. Usciti dalla Selva dei Suicidi si trovano d’improvviso in una vasta pianura desertica e sabbiosa.

 

Su questa landa desolata si abbatte incessantemente una pioggia di fuoco. Molte anime si trovano qui, e paiono esservi tre specie di peccatori: alcuni stanno sdraiati a terra, altri seduti rannicchiati, altri ancora vagano qua e là senza mai fermarsi.

Il fuoco che cade dal cielo incendia la sabbia, rapido come una fiamma accostata a un ramo secco, raddoppiando così il dolore delle anime.

 

Tra quelle che di continuo cercano di ripararsi ed evitar le fiamme Dante ne scorge una che, al contrario, resta salda e ferma sotto quel tormento, quasi esponendosi volontariamente.

Domanda a Virgilio chi sia, ma prima che il maestro possa intervenire è essa stessa a presentarsi:

 

“Quel che fui in vita, tale sono nella morte. Se anche Giove facesse lavorare senza riposo Vulcano e i suoi aiutanti per farsi preparare le folgori da scagliare contro di me, non otterrebbe la vendetta che tanto brama.”

 

Virgilio si rivolge a quell’anima gridando così forte da sorprendere Dante, che non l’aveva mai visto tanto adirato.

 

“Capaneo, la tua pena altro non è che la tua stessa perenne superbia. Non v’è tortura peggiore, per te, che esser sconvolto dalla tua stessa rabbia.”

 

 

(Capaneo sfida la pioggia di fuoco – illustrazione di William Blake, 1825 – 27)

 

Poi, più calmo, si rivolge a Dante:

 

“Capaneo è uno dei sette re che assediarono Tebe. Disprezzò Dio, e lo disprezza ancora. E, come hai sentito, per lui questo è motivo di gran vanto.

 

Adesso seguimi, e sta’ ben attento a non mettere ancora i piedi nella sabbia infuocata, ma rimani vicino al limitare del bosco.”

 

Dalla selva esce un piccolo torrente di colore rosso sangue, che si snoda tra argini di pietra. Dante perciò capisce che da lì si può passare.

 

Virgilio gli dice:

 

“Osserva come le fiamme si estinguono sopra questo torrente. Questa è la cosa più notevole tra tutte quelle che ti ho mostrato da quando abbiamo oltrepassato la Porta dell’Inferno.”

 

Dante intuisce che c’è dell’altro. Desideroso di sapere, prega Virgilio di continuare la spiegazione.

 

“In mezzo al Mediterraneo si trova l’isola di Creta, oggi povera e in rovina. Fu governata da Saturno all’inizio dei tempi, quando il mondo ancora non conosceva il peccato.

 

Lì si innalza un monte chiamato Ida, che in passato era coperto di foreste e di ruscelli, ma oggi è spoglio e dimenticato.

 

Qui Rea pose la culla di Giove neonato e, per nasconderlo meglio, quando piangeva faceva echeggiare alte grida.

 

Dentro la montagna si trova un’enorme statua raffigurante un vecchio autorevole. Dà le spalle all’Egitto, e guarda verso Roma, come se si specchiasse in essa.

 

La testa della statua è fatta d’oro, il torace e le braccia sono d’argento, la cintola di rame, le gambe e il piede sinistro di ferro, il piede destro di terracotta. Ed è su questo piede che carica la maggior parte del peso.

 

Ad eccezione della testa, tutte le parti della statua sono rovinate da larghe fessure dalle quali stillano lacrime, che si raccolgono sul pavimento della grotta e penetrano fin quaggiù nell’Inferno.

 

Questa è l’origine dei fiumi Acheronte e Flegetonte, della palude dello Stige e di questo ruscello che vedi ora. E al termine della discesa creano il Cocito: non ti dico com’è fatto, poiché lo vedrai tu stesso.”

 

“Ma se questo ruscello proviene dal nostro mondo, come mai non l’abbiamo mai incontrato prima d’ora durante la discesa?”

 

“Come ben sai, l’Inferno è rotondo. Noi siamo scesi prendendo sempre a sinistra, e non abbiamo ancora fatto un giro completo. Perciò se vedi qualcosa di nuovo non ti devi stupire.”

 

“Ma allora dove si trovano il Flegetonte e il Lete? Del primo hai detto che nasce dalle lacrime della statua, mentre il secondo non l’hai mai nominato.”

 

“Le tue domande mi fanno sempre piacere. Il Flegetonte è il Fiume di Sangue che abbiamo attraversato prima. Quanto al Lete, lo vedrai, ma solo quando sarai uscito da questa fossa: nelle sue acque vanno a lavarsi le anime dopo che la colpa di cui si sono pentite è stata cancellata.

 

Ma ora seguimi. Camminiamo lungo gli argini, che non sono bruciati e saranno per noi comodo sentiero.”

 

 

COMMENTO

Un altro Canto complesso, per la geografia e per i riferimenti mitologici. Vediamo di sciogliere i dubbi.

 

Siamo sempre nel Settimo Cerchio, quello dei Violenti. E arriviamo al terzo girone, dove sono puniti i bestemmiatori, vale a dire i violenti contro Dio.

 

Curiosamente, il protagonista di questo Canto non è un cristiano, ma un pagano. Anzi, non è nemmeno una persona reale, ma un personaggio mitologico: Capaneo.

 

Il mito di riferimento è quello dei Sette contro Tebe.

Tutto nasce, come spesso avviene, da una contesa per il trono. Eteocle e Polinice, figli di Edipo, avevano stabilito di governare la città a turno. Cominciò Eteocle, che però non volle cedere il potere al fratello quando venne il suo turno.

Polinice radunò sei eroi, e con loro marciò contro la città. Ciascuno si posizionò davanti a una delle sette porte di Tebe. Si accese una battaglia durissima, e molti furono i caduti.

 

Curiosità: secondo le più recenti interpretazioni di archeologi e storici dell’arte, i celebri BRONZI DI RIACE raffigurerebbero due dei sette eroi di Tebe.

 

Capaneo riuscì a salire sulle mura, e da lì proclamò – con atto di imperdonabile superbia – che nessuno avrebbe potuto fermarlo, nemmeno Giove stesso. Naturalmente finì subito fulminato dalle folgori scagliate dal re degli Dei.

 

Dante lo sceglie come simbolo di superbia perenne, mai toccata dal pentimento. Il suo orgoglio è talmente forte da non piegarsi nemmeno alla pena cui è condannato qui all’Inferno.

 

Siamo in un paesaggio quasi apocalittico. Una pianura desertica, sabbiosa, sulla quale piovono lapilli infuocati.

 

Per non bruciarsi i piedi, Dante cammina sul confine tra la sabbia e la Selva dei Suicidi. Da qui sgorga un ruscello, un piccolo torrente che, come le altre acque infernali, nasce dall’enorme statua del Vecchio di Creta.

 

Ma da dove viene questa statua? Perché è fatta di tanti materiali diversi?

 

Come già capitato più volte, qui si mescolano mitologia classica e passi della Bibbia.

 

L’immagine della statua deriva dall’ Antico Testamento, e precisamente dal Libro di Daniele (Dan., 2, 31 e seguenti). Il profeta biblico fornisce una spiegazione ai sogni che da tempo tormentano il re di Babilonia, Nabucodonosor.

 

Il re sogna una grande statua, composta di vari materiali (dall’oro della testa alla terracotta di un piede), che viene abbattuta da un masso staccatosi da un monte. Il masso distrugge la statua, polverizzandola in minuscoli frammenti che si disperdono nel vento. Poi si trasforma in una montagna, che si innalza lì dove si ergeva la statua.

 

Daniele spiega che il regno di Nabucodonosor corrisponde alla testa della statua, ovvero all’Età dell’Oro. Dopo di lui verranno altri regni via via sempre più deboli, finché arriverà una catastrofe che distruggerà il mondo intero. Dopo l’apocalisse però sorgerà un regno solido e di durata infinita.

 

Virgilio, nell’Eneide, colloca invece l’Età dell’Oro sull’isola di Creta, quando regnava Saturno. Questi aveva detronizzato suo padre Urano, ma gli era stato predetto che avrebbe subito la stessa sorte. Così divorava tutti i figli avuti da sua moglie Rea. Per salvare almeno l’ultimo nato, Giove, Rea lo nascose sul monte Ida, e ordinò ai suoi accoliti di fare continuamente rumore per coprirne i vagiti. Divenuto adulto, Giove scacciò Saturno e divenne il re degli Dei.

 

 

(Francisco Goya, Saturno che divora i suoi figli, 1821-23 – Madrid, Museo del Prado)

 

Il Mito delle Età è presente anche nella tradizione greca, e viene raccontato dal poeta Esiodo nel suo poema Le Opere e i Giorni. Nell’altro suo grande poema, la Teogonia, Esiodo invece narra dell’origine del mondo e delle varie stirpi divine che lo governarono, fino all’avvento di Zeus/Giove.

 

Dante prende quindi la narrazione biblica, la condisce con un po’ di mitologia greca e ci aggiunge il suo tocco personale.

Completamente sua infatti è l’immagine delle lacrime che, sgorgando dalle fratture della statua, formano un grande flusso d’acqua che dà origine ai fiumi infernali.

 

L’Acheronte è, come si ricorderà, il fiume che Dante ha attraversato sulla barca di Caronte, e che segna il confine tra l’anticamera dell’Inferno e il vero e proprio regno delle tenebre.

 

La Palude Stigia, le cui acque Dante ha solcato sulla barca condotta da Flegias, è il luogo di pena di Iracondi e Accidiosi.

 

Il Flegetonte è il Fiume di Sangue nel quale sono immersi i Violenti contro il Prossimo. Dante lo ha superato in groppa al centauro Nesso, mentre Virgilio, essendo un’anima, non toccava terra e quindi non aveva bisogno di un passaggio. Viene qui chiamato per la prima volta con il suo nome, mentre sopra non era citato.

 

Il Cocito…beh, come dice Virgilio, lo vedremo più avanti.

 

 

FONTI:

 

Commedia vol. 1. Inferno, a cura di Natalino Sapegno, La Nuova Italia Editrice 1968

Inferno, Mondadori 2018, commento di Franco Nembrini, illustrazioni di Gabriele Dell’Otto

La Divina Commedia, a cura di Siro A. Chimenz, UTET 2003

 

Enrico Malato (a cura di), Dizionario della Divina Commedia, Salerno Editrice 2018 (edizione speciale per il Corriere della Sera, 2 volumi, 2021)

 

Marco Santagata, Guida all’ Inferno, Mondadori 2013

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