DANTE, SENZA PAURA – INFERNO, CANTO 13

TRAMA

Al di là del Fiume di Sangue si stende una foresta di alberi scheletrici. I rami sono privi di foglie, nudi e secchi come sterpi.

Su di essi stanno appollaiate le ARPIE, orrendi esseri con corpo di uccello e volto di donna. Sono quegli stessi mostri che funestarono il viaggio di Enea, profetizzandogli terribili sventure.

 

Virgilio annuncia:

“Prima che tu vada oltre, sappi che ti trovi nel secondo girone, e vi rimarrai finché arriverai alla spaventosa distesa di sabbia. Fa’ ben attenzione a quel che vedrai, poiché ti appariranno cose alle quali, se pure te le dicessi io, faresti fatica a credere.”

 

Da quella selva di tronchi spogli Dante sente provenire alte grida e lugubri lamenti. Ma in giro non si vede nessuno.

Sconcertato, si ferma. Probabilmente, pensa, Virgilio crede che io stia pensando che i dannati di questo girone se ne stiano nascosti, per paura di essere visti da noi.

 

E il maestro, che come al solito ha intuito i suoi pensieri, gli dice:

“Spezza qualche ramoscello di queste piante, e ti renderai conto di quanto sbagliate siano le tue ipotesi”.

 

Dante obbedisce. Ma non appena stacca un rametto da un albero sente una voce provenire dal tronco, che grida “Perché mi strappi?”

 

Dal ramo spezzato comincia a stillare sangue. E la voce continua:

“Perché mi hai spezzato? Sei dunque del tutto privo di pietà? Un tempo noi eravamo uomini, e ora siamo tramutati in alberi secchi. Avresti dovuto provare maggiore pietà per noi, anche se fossimo stati serpenti invece di alberi.”

 

Dante, sconvolto, lascia cadere il ramoscello, dal quale escono ad un tempo parole e sangue.

 

Virgilio si rivolge all’albero ferito, scusandosi:

“Se costui avesse prestato fede a quanto io stesso scrissi nel mio poema non ti avrebbe recato questa offesa. Io l’ho spinto a questo gesto, e ti chiedo perdono. Ma digli chi sei stato, così che per riparare al danno che ti ha qui inflitto rinnoverà la tua fama nel mondo di lassù, dove gli è permesso ritornare.”

 

L’albero risponde:

“Le tue parole sono così gentili che mi invogliano a parlare. Mi dilungherò un po’, ma non fateci caso.

Io sono colui che custodiva entrambe le chiavi del cuore dell’imperatore Federico. Le giravo, una volta aprendo e l’altra chiudendo, in modo tanto dolce da diventare ben presto il suo unico confidente. Compii sempre fedelmente il mio dovere, tanto da rimetterci il sonno e la salute.

 

L’invidia, quel sordido vizio che sempre abita nei palazzi e nelle corti, fece sì che gli animi di tutti si volgessero contro di me, e convinsero anche l’imperatore. In breve tempo passai dai più alti onori ai più tristi dolori.

Credetti di evitare il disonore suicidandomi. Ma ottenni solo l’effetto di compiere un atto di ingiustizia contro me stesso, che ero sempre stato un giusto.

Vi giuro sulle radici di quest’albero che sono sempre stato fedele al mio signore, il quale fu davvero degno d’onore.

Se uno di voi tornerà nel mondo, riporti in alto il mio ricordo, che ancora giace prostrato dal colpo subìto a causa dell’invidia degli altri.”

 

La voce si interrompe per qualche momento. Virgilio incalza Dante:

“Non sprecare il momento. Parlagli, fagli altre domande, se ti interessa.”

 

Dante risponde:

“Non ci riesco, mi fa troppa pena. Parlagli tu, maestro, chiedigli quello che pensi io voglia sapere.”

 

Virgilio si rivolge all’albero:

“O spirito prigioniero, lui farà senz’altro quello che gli chiedi. Tu spiegaci ancora, per favore, come avviene che l’anima finisca imprigionata in questi tronchi; e dicci, se ti è permesso, se qualcuna potrà mai liberarsi.”

 

Dal ramo spezzato esce un soffio di vento, che si tramuta in parole.

“Vi risponderò senz’altro. Quando l’anima si stacca da quel corpo che lei stessa ha voluto abbandonare, Minosse la sprofonda nel Settimo Cerchio. Cade in questa selva, e non in un luogo preciso, ma dove il caso la conduce, e lì germoglia. Da un piccolo ramoscello nasce col tempo una pianta. Ma le Arpie mangiano le sue foglie, provocandole dolore, e in quelle ferite il dolore dell’anima si apre una via per sfogarsi.

 

Nel Giorno del Giudizio riavremo il nostro corpo, come avverrà per gli altri, ma non potremo rivestircene. Non è giusto infatti possedere di nuovo quello che noi stessi abbiamo gettato via. Così trascineremo i nostri corpi qui, e li appenderemo ciascuno all’albero in cui siamo stati trasformati.”

 

Dante e Virgilio stanno vicini al tronco, pensando che voglia dire ancora qualcosa. Ma all’improvviso si sente uno sconquasso tra gli sterpi, simile a quello che fa il cinghiale quando è sorpreso dai cacciatori.

Appaiono due anime, nude, che corrono per la selva come indemoniati, spezzando rami ed arbusti al loro passaggio.

 

Quello davanti grida “Morte, o morte, vieni!”.

Il secondo, più lento, gli risponde “Lano, le tue gambe non erano così veloci alla battaglia del Toppo!”. Poi, mancandogli forse il fiato, si nasconde dentro un cespuglio.

 

Dietro di loro appare una muta di cani neri, affamati e veloci come segugi appena liberati dalla catena.

Subito si lanciano addosso a quello che si è nascosto, e gli affondano i denti nelle carni. Lo sbranano, lo fanno a pezzi, e se ne vanno portandoli in bocca.

 

 

(Jan Van Der Straet detto Giovanni Stradanio, La Selva dei Suicidi, 1587 – Firenze, Biblioteca Medicea Laurenziana)

 

Virgilio prende per mano Dante e lo conduce vicino al cespuglio, che si lamenta per le ferite ricevute inutilmente.

“O Giacomo da Sant’Andrea” dice “A che ti è servito usare me come riparo? Che colpa ho io se tu hai condotto una vita all’insegna della malvagità?”

 

Virgilio chiede al cespuglio:

“Tu che insieme al sangue effondi tanti lamenti, chi sei stato in vita?”

 

E il cespuglio risponde:

 

“O voi che siete giunti a contemplare l’orribile strazio che mi ha strappato i rami, ve ne prego, radunateli ai miei piedi.

Io vengo da quella città il cui primo patrono fu Marte, che poi abbandonò per mettersi sotto la protezione di Giovanni il Battista. Per questo Marte, oltraggiato, la perseguiterà sempre con la guerra, arte su cui ha dominio. Sopra uno dei ponti sull’Arno rimane ancora una sua immagine: se non fosse per quella, coloro che ricostruirono la città dopo la distruzione voluta da Attila si sarebbero dati da fare invano.

 

Io mi impiccai dentro casa mia.”

 

 

COMMENTO

Chi è dunque l’albero con cui Dante e Virgilio parlano a lungo, e che definisce sé stesso “custode delle chiavi del cuore di Federico imperatore”?

 

L’imperatore è Federico II di Svevia, il grande sovrano dell’Italia meridionale, che visse e regnò alcuni decenni prima di Dante.

Al suo fianco c’era PIER DELLE VIGNE, che fu suo consigliere, segretario e portavoce. Noto anche come poeta in volgare, fu un importante funzionario della corte di Sicilia. Ma poi cadde in disgrazia, e a tutt’oggi non è chiaro perché. Forse prese parte a una congiura, forse fu accusato di corruzione. Di certo venne imprigionato, e morì in carcere. Il suo stesso suicidio è probabilmente una leggenda.

Dante accoglie invece la tesi (che circolava all’epoca) che lo volle vittima di un complotto: si sarebbe suicidato per il disonore di veder macchiata la sua fedeltà verso Federico II.

 

 

(Anonimo campano, Busto di Pier Delle Vigne – Tredicesimo Secolo, marmo – Capua, Museo Campano)

 

Ma da dove viene l’immagine di un’anima tramutata in albero?

Dall’Eneide, come al solito. Enea e i suoi compagni, in fuga da Troia ormai distrutta, sono approdati in una terra vicina. L’eroe, volendo compiere un sacrificio agli Dei, spezza alcuni arbusti per preparare il rito. Ma dai rami esce una voce: è Polidoro, ultimo e più giovane dei figli di Priamo, che fu ucciso in quella terra e lasciato lì insepolto. Sul suo cadavere crebbe un arbusto di mirto.

 

Le ARPIE sono tra i mostri più conosciuti della mitologia greca. Enea incontra anche loro, e riceve una terribile profezia: lui e i suoi compagni dovranno vagare fino a quando, prostrati dalla fame, mangeranno anche i piatti. Tale profezia va però interpretata alla luce delle usanze dell’epoca: i Greci erano soliti disporre quello che mangiavano – olive, formaggio, verdure – su delle focacce piatte, che servivano da appoggio. Quando i profughi troiani furono ridotti al punto di mangiare anche le focacce, capirono che il loro lungo viaggio stava per terminare.

 

I due personaggi che fuggono dai cani da caccia non sono più Suicidi, ma SCIALACQUATORI. Evidentemente erano noti come tali all’epoca, ma per noi sono figure minori.

La battaglia del Toppo che viene citata fa parte della guerra che contrappose Arezzo – che aveva dato rifugio ai Ghibellini cacciati da Firenze – e Firenze stessa, a capo dell’alleanza dei Guelfi. Guerra che culminò nella battaglia di Campaldino (1289), a cui come abbiamo visto Dante prese parte in prima persona ( https://stefanotartaglino.it/dante-senza-paura-episodio-3-cittadino-di-firenze  )

 

Gli SCIALACQUATORI sono accomunati ai SUICIDI in quanto hanno ugualmente compiuto violenza contro sé stessi: i Suicidi contro il proprio corpo, gli Scialacquatori contro le proprie ricchezze.

 

L’ultimo suicida, tramutato in cespuglio, non viene nominato direttamente. Di solito lo si identifica con un banchiere e mercante fiorentino che operava in Francia, suicidatosi a causa del crollo dei propri affari.

 

Attraverso di lui Dante pronuncia una dura requisitoria contro Firenze, che merita di essere sempre funestata dalla guerra.

Non ci sono però prove che, in epoca romana, a Firenze esistesse un culto di Marte. E anche la distruzione della città ad opera di Attila, il celebre re degli Unni, è totalmente inventata.

 

 

FONTI:

 

Commedia vol. 1. Inferno, a cura di Natalino Sapegno, La Nuova Italia Editrice 1968

Inferno, Mondadori 2018, commento di Franco Nembrini, illustrazioni di Gabriele Dell’Otto

La Divina Commedia, a cura di Siro A. Chimenz, UTET 2003

 

Enrico Malato (a cura di), Dizionario della Divina Commedia, Salerno Editrice 2018 (edizione speciale per il Corriere della Sera, 2 volumi, 2021)

 

Marco Santagata, Guida all’ Inferno, Mondadori 2013

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