CESARE LOMBROSO

Dove : Torino, Italia
Quando : seconda metà dell’Ottocento e primo Novecento
Perché : per fare chiarezza sulle sue teorie di allora e sulle polemiche di oggi.
Di cosa parleremo : delle sue ricerche, delle sue convinzioni, della sua epoca.

 

Cenni biografici

 

Cesare Lombroso non si chiamava Cesare, bensì Ezechia. Era nato a Verona, da una famiglia ebrea rigidamente osservante. Abbandonò ben presto l’educazione religiosa e adottò il nome con cui è oggi noto in omaggio a Giulio Cesare.

Nel 1858 prese la laurea in medicina. Subito dopo raggiunse il Piemonte, si arruolò nell’esercito dei Savoia e partecipò, in qualità di medico, alla Seconda Guerra di Indipendenza.
Nel 1862 fu aggregato ad un corpo di spedizione inviato in Calabria. La missione era combattere l’insurrezione popolare contro il nuovo dominio sabaudo. Il governo del neonato Regno d’Italia definiva gli insorti semplicemente “briganti”, e come tali li trattava.

Lombroso approfittò di questa esperienza per studiare “sul campo”, come fanno oggi i moderni antropologi con le società primitive. Fu in quest’occasione che nacquero le sue primissime riflessioni sull’uomo criminale, poi perfezionate nel corso della sua carriera fino ad assumere la forma delle teorie oggi ben note.

 

Le teorie e il successo

 

In sintesi, secondo Lombroso chi commette un qualsiasi delitto non ha solo problemi mentali ma anche difetti fisici. Questi difetti, queste anormalità, possono – secondo lui – essere riconosciuti, misurati, studiati.
In particolare, nei criminali e nei pazzi riemergerebbero, sia nel fisico che nel comportamento, dei tratti primitivi, primordiali, riconducibili agli inizi dell’evoluzione umana.
È la teoria dell’ATAVISMO, ovvero la riemersione in persone viventi di caratteri ancestrali presenti in lontani antenati.

Queste teorie gli attirarono fin da subito molte critiche, ma allo stesso tempo gli diedero una grande notorietà, che ben presto superò i confini dell’Italia. Se ne interesserà persino Freud.
Le sue opere furono tradotte in inglese e in tedesco, e pubblicate anche in America.

Lui stesso viaggiò all’estero. Nel 1897 giunse fino in Russia, dove fu ospite nientemeno che di Tolstoj. Per la verità il grande scrittore non rimase granché impressionato da Lombroso, e dovette persino ripescarlo da un laghetto nel quale lo studioso era accidentalmente caduto, rischiando di annegare.
Del resto Lombroso, in uno dei suoi scritti (L’ uomo di genio, 1894), lo aveva definito << di aspetto cretinoso e degenerato >>.

 

L’epoca di Lombroso

 

Basterebbe questo a far capire che le sue teorie sono completamente sbagliate.
Ma in quell’epoca – la seconda metà dell’Ottocento e i primi anni del Novecento – non era l’unico a pensarla così.
In quegli anni vi furono importanti scoperte e invenzioni: l’anestesia, il motore a scoppio, la lampadina, il telefono, la radio. E ovviamente la fotografia, che venne impiegata sia come strumento di controllo e repressione del crimine sia nel campo della scienza, come nuovo strumento conoscitivo.
La filosofia più in voga era il Positivismo, che vedeva nella Ragione e nella Scienza la possibilità di costruire un mondo nuovo, fondato su basi laiche e non più religiose. Due secoli prima già Galileo aveva enunciato la regola secondo la quale “non c’è scienza senza misurazione”. Il Positivismo la estese dal mondo fisico a quello biologico, umano e sociale.
Al tempo stesso però tutti gli Stati europei praticavano il colonialismo ai danni dei popoli considerati “primitivi”, come quelli dell’Africa, ai quali si sosteneva di dover portare la “civiltà”.

Uno dei più stretti collaboratori di Lombroso, lo psichiatra Agostino Pirella, fece notare come le classi borghesi benestanti del tempo tendevano a considerare “diversi”, “pericolosi” e in definitiva criminali tutti coloro che sembravano turbare l’ordine sociale.
Prostitute, alcolizzati, semplici ladri, e ovviamente anche i “briganti” meridionali diventavano perciò oggetto di studio da parte di coloro, ed erano tanti, che cercavano di dimostrare scientificamente come alcune categorie di persone fossero per natura portate al crimine, al delitto, alla violenza.

Studiare i dati fisici delle persone era una pratica corrente, e in almeno un caso era stato di effettiva utilità.
Alcuni decenni prima, in Francia, il funzionario di polizia Alphonse Bertillon aveva scoperto che nelle persone adulte certe caratteristiche fisiche – la larghezza della testa, la lunghezza delle dita, l’ampiezza delle orecchie – non cambiano mai. All’epoca non si conoscevano ancora le impronte digitali, o meglio non si sapeva che sono diverse per ciascun individuo. Bertillon inventò un sistema di catalogazione dei dati fisici e creò un archivio di schede, tramite il quale era possibile individuare i veri criminali anche quando dichiaravano false identità o si travestivano per non essere riconosciuti.
Il sistema di Bertillon ebbe un notevole successo, e cadde in disuso solo con l’affermarsi di quello basato sulle impronte digitali.

 

Il metodo di lavoro

 

Lombroso fece della misurazione e della statistica la base del proprio lavoro. La follia, la genialità, i costumi sociali erano per lui dei fenomeni che era possibile misurare e quantificare.
Per farlo utilizzò molti strumenti scientifici già esistenti, alcuni dei quali sono esposti nel suo Museo: il craniografo, inventato dal neurologo francese Paul Broca, che diede il nome all’area del cervello che controlla il linguaggio; la macchina elettromagnetica, derivata dalle ricerche di Luigi Galvani, Alessandro Volta e Faraday; la “penna elettrica”, inventata nientemeno che da Edison, usata per effettuare rilievi grafologici.

All’inizio della sua carriera Lombroso si dedicò al problema di estirpare la malattia della pellagra, che colpiva l’ancora numerosissima popolazione contadina nelle campagne. La pellagra si manifesta con eruzioni cutanee, diarrea e demenza, e se non viene curata è mortale.
Lo studio sulla pellagra è esemplificativo del metodo di ricerca di Lombroso, oggi riconosciuto come sbagliato. Attraverso le sue misurazioni e le sue statistiche notò che la malattia si manifestava in correlazione con un’alimentazione dei contadini basata quasi esclusivamente sul mais.
E fin qui era nel giusto. Ma poi, sbagliando, ritenne che la causa fosse la farina di mais avariata. E raccolse solo e soltanto i dati che sostenevano la sua tesi, ignorando quelli contrari.
Oggi è stato dimostrato che la pellagra deriva da una carenza di specifici nutrienti, che una dieta a base di mais non può fornire.

Lombroso non fu affatto uno scienziato isolato dalla società. Nella sua casa erano frequenti le visite di intellettuali, politici – fu iscritto per anni al Partito Socialista – e letterati come Edmondo De Amicis, l’autore del celebre libro Cuore.

 

Il teschio di Vilella e la polemica sul Museo

 

Il più celebre caso di studio di Lombroso fu quello che ebbe per protagonista – involontario, visto che ovviamente era già morto – il “brigante” Giuseppe Vilella. Sul cranio di quest’uomo Lombroso trovò la famosa fossetta occipitale mediana, che secondo lui identificava senza ombra di dubbio i criminali.
In realtà si tratta dell’impronta lasciata sulle ossa del cranio dai due emisferi del cervelletto.

Il teschio di Giuseppe Vilella è oggi uno dei più importanti reperti del Museo di Antropologia Criminale “Cesare Lombroso” di Torino, l’ultima incarnazione – è stato aperto al pubblico nel 2009 – di quello fondato dallo scienziato in persona, che in esso volle radunare ed esporre tutta la sua collezione di crani, fotografie, calchi e materiali di studio.
Fin dal 1859 infatti Lombroso raccolse i primi pezzi di quella che diverrà la sua collezione scientifica. Il primo nucleo derivava dagli anni passati nell’esercito, ma in seguito la incrementò anche con pratiche già allora illegali, per esempio andando a scavare ossa in vecchi cimiteri abbandonati.
Nel 1898 aprì il suo Museo di Psichiatria e Criminologia, situato nel Palazzo degli Studi Anatomici dell’Università di Torino.

In tempi recenti il teschio Vilella divenne oggetto di una polemica, sfociata in una causa legale, tra il Museo e il paese d’origine del “brigante”, Motta Santa Lucia in provincia di Catanzaro. Il sindaco richiese la restituzione del teschio, con grande clamore mediatico.

Si giunse persino alla creazione di un “Comitato NO Lombroso”, il cui scopo era la chiusura del Museo.

La polemica in sé fu una questione di poco conto, ma si inserì nel più grande dibattito sul “brigantaggio” meridionale e sull’”annessione forzata” del Sud Italia da parte dei Savoia a seguito della Spedizione dei Mille di Garibaldi. Dibattito che continua tutt’ora, con i Neo Borbonici (ovvero i moderni sostenitori della dinastia che governava l’allora Regno delle Due Sicilie) che accusano lo Stato Italiano di essersi comportato allora e di comportarsi oggi da aggressore, colonialista e oppressore.

Riguardo al teschio Vilella comunque una recente sentenza della Corte di Cassazione (n. 21407) ne certifica il legittimo possesso da parte del Museo. In particolare, si legge nella sentenza, “l’ esposizione museale è del tutto legittima, in quanto appare evidente l’ interesse storico-scientifico della conoscenza di teorie come quelle del Lombroso, che hanno avuto notevole eco ed importanza nel dibattito scientifico, per quanto siano ormai del tutto superate. Si può dunque negare la validità di una teoria, ma non la sua esistenza e l’ interesse generale a conoscerne gli aspetti”.

 

Gli errori di Lombroso

 

Gli studi di Lombroso erano sbagliati fin dall’inizio anche per un altro motivo. Lo scienziato conduceva infatti le sue misurazioni solo su cadaveri, scheletri e crani, mai su persone ancora in vita.
In altre parole non faceva altro che confermare il comportamento criminale di una persona che la polizia e la società avevano già condannato come tale, giustamente o meno.

Un simile modo di procedere non rispetta in alcun modo le regole di un corretto approccio scientifico. La scienza non deve servire a confermare un pregiudizio esistente. Deve proporre delle teorie, verificarle con esperimenti, e in base ai risultati ottenuti dichiararne la validità o al contrario rigettarle come sbagliate.

L’errore di Lombroso fu dunque quello di credere che le inclinazioni morali e psicologiche di una persona fossero visibili anche sul suo corpo fisico, e fosse dunque possibile trattare la criminalità come una malattia da curare.

Egli si pose comunque anche il problema della responsabilità. Se la predisposizione al crimine da un lato e la malattia mentale dall’altro erano, come riteneva, innate e avevano radici biologiche, allora ogni detenzione in carcere o in manicomio diventava ingiusta, e la redenzione del criminale e la guarigione del pazzo impossibili.
La conclusione a cui arrivò Lombroso è contraddittoria: da un lato il delinquente non avrebbe colpe volontarie e quindi non andrebbe punito; dall’altro, non potendo essere redento, va eliminato con la pena di morte.

Vuoi conoscere il Museo Lombroso ? Vai all’articolo dedicato : IL MUSEO LOMBROSO

FONTI :
Mario Baudino, “Quando Tolstoj salvò Lombroso da sicuro annegamento”, su La Stampa del 14 Novembre 2019
Armando Torno, prefazione a Cesare Lombroso, L’ uomo delinquente. Quinta edizione (1897), Bompiani 2013
Ennio Varda, “Nessuno tocchi il teschio Vilella”, su rivista Torino Storia, Anno 4, n. 42, Ottobre 2019

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.

2 commenti su “CESARE LOMBROSO”