AFRICA DA (RI)SCOPRIRE: L’AFRICA DAL CINQUECENTO ALL’OTTOCENTO (PARTE 8 DI 8)

Introduzione

 

Dal Cinquecento all’Ottocento l’Africa conosce nuovi assetti politici e migrazioni di popoli. Questi rivolgimenti sono in parte dovuti, com’è ovvio, alla tratta degli schiavi operata dagli Europei, ma in parte del tutto indipendenti da essa.

 

Sulle coste si formano Stati che cercano di ricavare potere, ricchezza e prestigio dalla tratta stessa, aggredendo i loro vicini e rivendendo agli Europei i prigionieri catturati in guerra.

 

Nell’interno invece sono ormai scomparsi gli antichi imperi, che avevano saputo aggregare popolazioni diverse al loro interno. I nuovi regni che nascono sono etnicamente più omogenei. Tra i vari popoli che si affacciano alla ribalta della Storia citiamo almeno gli ASHANTI, destinati a un grande futuro.

 

Nel corso dell’Ottocento si assiste al tentativo di ricreare Stati più vasti, simili agli antichi imperi. Ma è troppo tardi. Stanno per arrivare i colonizzatori europei, che si spartiranno l’Africa.

 

1. L’Africa Occidentale

 

1.1 Le vicende della costa

 

Come abbiamo visto nell’articolo precedente (  https://stefanotartaglino.it/africa-da-riscoprire-la-tratta-degli-schiavi-parte-7-di-8 ) le coste dell’Africa Occidentale erano punteggiate dagli scali fondati dagli Europei per il commercio negriero. In Europa si combattevano guerre e si stipulavano trattati, e i porti dell’Africa passavano di mano in mano a seconda di chi vinceva o perdeva in quel momento.

 

I regni dell’interno continuavano a seguire la religione animista tradizionale. Tuttavia nelle varie corti erano spesso presenti ministri e letterati musulmani, e si osservavano le festività islamiche. L’animismo era seguito dalle classi alte, mentre l’Islam era diffuso tra il popolo.

 

Il tratto di costa oggi corrispondente al moderno Stato della Sierra Leone ebbe un destino particolare. Nei futuri Stati Uniti, allo scoppio della Guerra di Indipendenza, i neri presenti nelle colonie fuggirono in Canada, scegliendo di rimanere fedeli agli Inglesi.

Nel 1787, come premio per la loro fedeltà, gli Inglesi li liberarono tutti. Molti si trasferirono in Inghilterra. Qui però, com’era prevedibile, furono subito malvisti.

Un consorzio di mercanti ebbe l’idea di fondare uno Stato in Africa Occidentale, dove questi neri potessero stabilirsi. Era anche l’occasione per ripulire Londra da prostitute e delinquenti, spedendoli al di là del mare.

I primi due tentativi fallirono, perché su tutta la costa c’erano dei regni potenti, ovviamente per nulla disposti a cedere territori agli intrusi.

Lo Stato prese allora il posto dell’iniziativa privata. Nel 1808 la colonia riuscì a insediarsi. La capitale prese il nome di Freetown (“città libera”), e ancora oggi è la capitale della Sierra Leone.

 

Gli Stati Uniti copiarono l’idea dell’Inghilterra. Anche loro infatti avevano una popolazione nera molto numerosa. Persino alcuni proprietari del Sud desideravano mandare via una parte dei loro schiavi. Così nel 1821 fu fondato lo Stato della LIBERIA. La capitale era la città di Monrovia, dal nome del Presidente USA James Monroe.

Naturalmente anche in questo caso i neri ritornati in Africa furono tutt’altro che bene accolti, e per tutto l’Ottocento dovettero combattere contro i loro vicini per difendere l’esistenza e l’indipendenza del nuovo Stato.

La Liberia fu, insieme all’Etiopia, l’unico Stato africano riconosciuto dall’Occidente.

 

(James Monroe, quinto Presidente degli Stati Uniti, 1817 – 1825)

 

 

1.2 L’Ashanti

 

Siamo sul Golfo di Guinea. Qui esistevano piccoli principati che di tanto in tanto si univano contro un nemico comune. A cavallo tra il Seicento e il Settecento vennero stabilmente unificati, e si creò un regno più grande: l’ASHANTI.

Il regno si proponeva di controllare tutti gli snodi della tratta degli schiavi, dalle regioni dell’interno fino ai porti europei sulla costa. Un piano ambizioso, contrastato dai popoli vicini. Questi erano manovrati dagli Europei, che li mettevano gli uni contro gli altri.

Ma gli Ashanti, guidati da sovrani capaci ed energici, riuscirono a prevalere. Nel 1814 raggiunsero la loro massima espansione, sia verso est che verso ovest (a nord invece le grandi foreste non permettevano ulteriori avanzate).

L’Inghilterra però stava per tornare in forze. Fino a quel momento era stata impegnata in Europa nella lotta contro Napoleone. Ma una volta sistemati gli affari europei con il Congresso di Vienna (1815) poté dedicarsi di nuovo all’Africa.

Gli Ashanti non cedettero facilmente. Combatterono per tutto l’Ottocento, e si rivolsero direttamente alla Regina Vittoria per chiedere il riconoscimento della propria indipendenza. Ma alla fine ebbero la peggio.

 

Il regno poté durare a lungo grazie a una buona organizzazione statale, a finanze ben gestite e a un sistema di successione dei sovrani solido e senza contestazioni. Inoltre possedeva una notevole capacità diplomatica, grazie al ricorso ad appositi specialisti della parola, che avevano fatto del parlare in pubblico una professione e un oggetto di studio.

 

L’Ashanti divenne celebre anche in campo artistico. I suoi prodotti – maschere, ciondoli, gioielli e statue – sono molto raffinati.

 

(Disco d’oro portato come amuleto dai membri della corte Ashanti – 18°-19° secolo – New York, Metropolitan Museum)

(Pettorale Ashanti in oro – Berlino, Museo Etnologico)

 

 

1.3 Il Dahomey

 

Il regno del Dahomey nacque a metà del Seicento nella regione oggi occupata dal moderno Stato del Benin. Durò fino a tutto l’Ottocento, quando venne inglobato nelle colonie francesi dell’Africa Occidentale.

 

Tra le sue caratteristiche si ricorda l’istituzione, in un momento in cui si trovava a corto di uomini per l’esercito, di un corpo militare femminile (che ovviamente gli Europei identificarono subito con le Amazzoni). Questo corpo, organizzato secondo varie specialità, fu usato attivamente in battaglia, prendendo parte a tutti i più importanti conflitti.

 

La religione del regno non era semplicemente animista, ma riconosceva svariate divinità, ciascuna con la sua specializzazione, in modo non dissimile dall’Olimpo della mitologia greca. Si credeva inoltre negli oracoli e persino nell’immortalità dell’anima.

 

In campo artistico anche il Dahomey, come l’Ashanti, raggiunse risultati molto raffinati.

 

Trono del re di Dahomey – inizio 19° secolo – Parigi, Quai Branly Museum (Photo by GERARD JULIEN / AFP) (Photo by GERARD JULIEN/AFP via Getty Images)

 

 

1.4 La Nigeria

 

Nell’attuale Nigeria meridionale iniziava a diffondersi il Cristianesimo. E non per opera degli Europei, ma di missionari africani.

 

Infatti molti degli schiavi liberati, che grazie al sostegno dell’opinione pubblica inglese avevano potuto far ritorno in Africa, avevano ormai assorbito molti elementi della cultura europea.

Tra questi, oltre al Cristianesimo, c’era l’importanza dell’istruzione. Grazie a loro vennero aperte scuole e messe per iscritto le lingue locali, codificandole in grammatiche e dizionari.

Inoltre avevano una visione più ampia, che superava i limiti del singolo Stato o popolo, e cominciarono a ragionare in termini pan-africani.

 

Si ebbe dunque una divisione tra il Sud del paese, che stava diventando cristiano, e il Nord, dove invece era diffuso l’Islam. I musulmani in realtà volevano la stessa cosa, cioè superare le divisioni particolari per creare uno Stato più ampio e più solido.

 

 

2. L’Africa Orientale

 

2.1 La costa

 

Dal Cinquecento al Seicento qui dominano i Portoghesi. La posizione è molto favorevole, e permette loro di accedere direttamente ai commerci nell’Oceano Indiano.

 

Nel 1650 il Sultano di Oman, regno nel sud della Penisola Arabica, scaccia i Portoghesi dal suo paese. Da quel momento inizia una politica espansionistica che ben presto porterà l’Oman a dominare la costa orientale africana.

 

Verso la fine del Settecento i centri della costa conoscono una prima immigrazione di Indiani. Questi però non si mescolano con i neri e con gli Arabi, e preferiscono vivere in comunità chiuse.

 

I Portoghesi riescono però a conservare il tratto di costa corrispondente all’attuale Mozambico, dove manterranno una presenza coloniale fino a buona parte del Ventesimo Secolo. Si erano insediati qui credendo di trovare il loro Eldorado, come gli Spagnoli avevano fatto in America, ma l’afflusso di oro si era rivelato molto basso.

 

I Portoghesi praticarono qui la loro tratta degli schiavi. E la continuarono clandestinamente anche quando, nel corso dell’Ottocento, l’opinione pubblica europea l’aveva ormai dichiarata illegale.

 

 

2.2 Lungo il fiume Zambesi

 

In quest’area si assiste alla migrazione di molti popoli, che si distribuiscono nell’interno.

Tra i principali possiamo citare i MASAI, ben noti ancora oggi anche in Occidente per la loro imponenza fisica e i costumi sgargianti. Erano allevatori di bestiame, anche se spesso se lo procuravano con le razzie a danno di altri popoli. Raggiunsero il loro apogeo intorno al 1850. Valenti guerrieri, usarono però la loro abilità solo nelle razzie, e non fondarono mai uno Stato territoriale.

Accanto a loro c’erano i KIKUYU, che invece erano contadini, e raggiunsero un certo grado di benessere grazie al loro duro lavoro.

Oggi entrambi questi popoli fanno parte del moderno Stato del Kenya.

 

(Masai in costume tradizionale – copyright Wikimedia Commons)

 

Le guerre tra i vari popoli dell’area continuavano, per ragioni di territorio e di bestiame.

Nella seconda metà dell’Ottocento emerse la figura del capo guerriero MIRAMBO. Forte, instancabile, coraggioso, dotato di un’ampia visione strategica, colpì molto gli Europei e in particolare il famoso esploratore Henry Morton Stanley, che lo soprannominò “il Napoleone africano”. Il regno da lui fondato scomparve alla sua morte, ma la sua parabola è un simbolo delle capacità e dell’intraprendenza che gli Africani possono mettere in campo.

 

(Il grande guerriero Mirambo – immagine di pubblico dominio dal sito https://www.blackpast.org/)

 

Il regno del BUGANDA emerse nel corso del Seicento. Riuscì a imporsi grazie ad un clima favorevole, alla ricchezza del suolo adattissimo per l’agricoltura e all’allevamento. Questo era affidato alle donne, mentre gli uomini lavoravano come artigiani. Anche il sistema di successione al trono era solido, studiato apposta per limitare le guerre intestine.

Alla fine dell’Ottocento il Buganda era la potenza dominante nella regione dei Grandi Laghi. Dal punto di vista religioso era animista, ma proprio in quest’epoca iniziarono a diffondersi sia il Cristianesimo che l’Islam.

 

RUANDA E BURUNDI

I nomi di questi Stati sono familiari all’Occidente, a causa del terribile genocidio che negli anni Novanta del Novecento coinvolse i due popoli dei WaTutsi (sì, proprio quelli della famosa canzone) e dei BaHutu.

L’inimicizia tra questi due popoli risale all’Ottocento. All’inizio del secolo emerse il regno del Ruanda, dominato dai WaTutsi. Erano pastori, ma anche guerrieri, e si affermarono ben presto come classe aristocratica. I BaHutu invece erano contadini, spesso costretti a subire le angherie dei “nobili” WaTutsi.

Il regno del Burundi si unificò più tardi, intorno al 1860. L’unificazione fu sancita dal matrimonio di un re BaHutu con una principessa WaTutsi. I due popoli erano entrambi presenti anche qui, ma la frattura sociale era meno grave che in Ruanda.

 

 

2.3 La tratta orientale

 

Le vicende politiche delle popolazioni dell’interno sono influenzate da quanto avviene sulla costa.

 

Una parte di questa era sotto il controllo del SULTANO DI ZANZIBAR. Partendo dalla sua isola questi si era infatti espanso sul continente.

A metà dell’Ottocento nel regno operavano, ai più alti livelli, degli immigrati arabi dall’Oman. Essi presero l’iniziativa di impiantare a Zanzibar delle piantagioni di cacao, da poco introdotto. E poiché gli Africani, temendo di finire a lavorarvi, se ne tenevano lontani, nacque una forte domanda di schiavi.

 

La tratta orientale, che andava avanti da secoli, conobbe quindi un nuovo impulso. I negrieri arabi si spinsero in profondità nell’interno, arrivando fino in Buganda.

Un altro commercio che aumentò enormemente di dimensioni era quello dell’avorio. Questo portò all’uccisione di migliaia di elefanti.

Nello sforzo di controllare stabilmente le rotte commerciali dell’interno, nel 1866 venne fondato un insediamento che sarebbe diventato l’odierna città di DAR EL-SALAM (“il porto della pace”).

I mercanti, di schiavi o altro, avevano l’appoggio finanziario degli Indiani, i quali già da tempo si erano insediati sulla costa, dove operavano come banchieri.

 

Tra i mercanti e negrieri che operavano in queste regioni ce ne fu uno talmente feroce e spietato da entrare nei libri di Storia. Si chiamava TIPPU TIB. Si era stabilito direttamente nell’interno, per essere più vicino alle proprie fonti di approvvigionamento. Fu tanto abile da fondare una sorta di regno personale. Si alleò con gli Europei, in particolare con il famoso esploratore Henry Morton Stanley, e seppe evitare scontri diretti con i capi africani più capaci e influenti, come Mirambo.

Quando le potenze europee decisero di procedere alla spartizione dell’Africa, Tippu Tib continuò a spremerla fino all’ultimo, prima di essere costretto a cederla ai nuovi padroni. Tra il 1880 e il 1890 l’Africa orientale e centrale fu devastata anche a causa sua.

 

(Tippu Tib nel 1890 – foto copyright Wikimedia Commons)

 

 

3. L’Africa centrale: i BANTU

 

L’Africa centrale è il territorio delle popolazioni BANTU. Questi popoli occupano il bacino del fiume Zaire, un’immensa regione compresa tra il corso del Nilo e quello dello Zambesi.

 

Il termine BANTU in realtà non designa uno o più popoli, bensì le lingue da essi parlate. Sono tutte affini tra loro, al punto da essere mutualmente comprensibili da costa a costa, da Zanzibar all’Atlantico.

Questo fu di grande aiuto ai mercanti e negrieri arabi che partivano appunto da Zanzibar per spingersi nell’interno. Essi infatti parlavano il kiswahili, una lingua franca conosciuta lungo tutta la costa orientale, che è di fatto una lingua bantu nonostante molti prestiti stranieri, in particolare dall’arabo.

 

I popoli di lingua bantu erano originari della regione dove oggi si trovano i moderni Stati della Nigeria e del Camerun, sulla costa occidentale. Circa 5.000 anni fa iniziarono a spostarsi verso est e verso sud. Le loro migrazioni durarono 3.000 anni. Al termine avevano colonizzato quasi tutta l’Africa centrale, orientale (con l’eccezione dell’Etiopia) e meridionale (tranne il Sudafrica).

 

Una così ampia espansione fu resa possibile grazie alla conoscenza di una tecnologia che, in quei tempi lontani, era totalmente sconosciuta agli altri popoli: il FERRO.

Sebbene i primi esempi di lavorazione del ferro provengano dal Medio Oriente, l’Africa è ricchissima di questo metallo. La famosa “terra rossa” tipica dell’Africa ha questo colore perché piena di ossido di ferro.

 

I popoli dell’Africa, e dunque anche quelli di lingua bantu, non possono però aver imparato la lavorazione del ferro di colpo. Si ipotizza che prima abbiano “fatto pratica” con altri minerali. Questa ipotesi non è però documentata da prove archeologiche.

È invece possibile che l’abbiano imparata per importazione dal Medio Oriente. A portare il ferro in Africa, sulla costa mediterranea, sarebbero stati i Fenici, che qui fondarono molte colonie, tra cui la celebre Cartagine.

Proprio a Cartagine vi sarebbe stato l’incontro con i Berberi, un popolo molto antico e da sempre stanziato in Africa Settentrionale, dalla Libia fino al Marocco. I Berberi erano mercanti che con le loro carovane – di cavalli, perché il dromedario non era ancora diffuso – attraversavano il Sahara. All’epoca il ferro doveva essere senz’altro la merce più preziosa che trasportavano. Furono in contatto fin da tempi antichissimi con i popoli dell’Africa Occidentale, e furono forse loro a “consegnare” il ferro ai popoli di lingua bantu.

 

L’espansione dei popoli di lingua bantu, resa possibile dal ferro, non fu però in alcun modo una conquista militare.

In Europa il passaggio dall’Età del Bronzo a quella del Ferro (Dodicesimo Secolo avanti Cristo) fu dominato dall’uso delle armi, e portò alla caduta di regni e civiltà, generando sconvolgimenti in tutto il Mediterraneo. In Africa invece i fabbri usarono il ferro per realizzare in primo luogo attrezzi agricoli, che permettevano di coltivare più facilmente la terra e nutrire una popolazione in rapida crescita.

 

Per la lavorazione del ferro bisognava abbattere le foreste, allo scopo di ottenere il carbone e la legna necessari a raggiungere la temperatura di fusione.

La scomparsa delle foreste generò le savane, ma soprattutto limitò l’area di diffusione della mosca tse tse (di cui abbiamo parlato qui: https://stefanotartaglino.it/africa-da-riscoprire-la-tratta-degli-schiavi-parte-7-di-8), permettendo l’espansione dell’agricoltura, e quindi della popolazione, verso il sud.

 

 

FONTI:

Joseph Ki-Zerbo, Storia dell’Africa nera, Einaudi 1977

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Un commento su “AFRICA DA (RI)SCOPRIRE: L’AFRICA DAL CINQUECENTO ALL’OTTOCENTO (PARTE 8 DI 8)”